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Prima di addentrarci nella ricerca dei metalli pesanti presenti nel tabacco delle sigarette, è interessante comprendere quali siano i metalli pesanti e cosa significa per una sostanza essere tossica.

Nella letteratura scientifica vengono generalmente considerati metalli pesanti i seguenti elementi:
• alluminio
• ferro
• argento
• bario
• berillio
• cadmio
• cobalto
• cromo
• manganese
• mercurio
• molibdeno
• nichel
• piombo
• rame
• stagno
• titanio
• tallio
• vanadio
• zinco
ed alcuni metalloidi con proprietà simili a quelle dei metalli pesanti, quali l’arsenico, il bismuto ed il selenio.

Un veleno o una sostanza tossica è una sostanza dannosa per l’organismo perché ha effetti nocivi sui tessuti, organi, processi biologici di un organismo vivente.

La tossicità è una caratteristica sia qualitativa, in quanto l’azione tossica dipende dall’interazione della struttura molecolare della sostanza con le molecole biologiche per esempio di un organismo umano, che quantitativa, in quanto l’azione tossica si manifesta solo quando si superano determinati livelli di concentrazione nell’ambiente o in alcune parti dell’organismo.

Si parla di:
tossicità acuta per risposte rapide e determinate a causa di una dose elevata di sostanza tossica che agisce in un tempo breve;
tossicità cronica quando la quantità assunta è relativamente bassa ma è prolungata nel tempo e spesso intercorre un tempo lungo tra l’esposizione iniziale e il manifestarsi dell’effetto.

Per biodisponibilità si intende la frazione di una specie chimica che si rende disponibile per essere ingerita, inalata o comunque assimilata da un organismo vivente. Essa è un prerequisito necessario ma non determinante per la tossicità di un elemento: quest’ultima potrà essere conclamata solo in caso di documentati effetti negativi sulle funzioni biologiche degli organismi.

Esempio di range di concentrazione di metalli essenziali e non essenziali

La tossicità dei metalli pesanti è elevata sia per l’uomo che per tutte le specie viventi perché i metalli si legano con le strutture cellulari in cui si depositano e ostacolando lo svolgimento di determinate funzioni vitali per cui gli organismi, spesso, non sono in grado di eliminarli dal loro interno. Le specie più pericolose da un punto di vista tossicologico dipendono dal loro stato di ossidazione: esse sono in grado di attraversare le membrane biologiche e di accumularsi nei tessuti viventi.

Tale fenomeno è detto bioaccumulo e indica un aumento della concentrazione di un prodotto chimico in un organismo biologico in funzione del tempo, confrontata con la concentrazione presente nell’ambiente. I prodotti chimici si accumulano negli esseri viventi ogni volta che sono assimilati ed immagazzinati più velocemente di quanto sono metabolizzati.

“But he can’t be a man ’cause he doesn’t smoke
The same cigarettes as me”
The Rolling Stones – I Can’t Get No Satisfaction

“Lui non può essere un uomo perchè non fuma le mie stesse sigarette” afferma la canzone “ I Can’t Get No Satisfaction “ del famoso gruppo The Rolling Stones.

Non ci inoltreremo nel dubbio ontologico se chi fuma è o non è uomo, ma è noto che molti fumatori hanno la propria “bionda” preferita e guai a far cambiare loro brand.
È attendibile, quindi, credere che le sigarette non siano tutte uguali? Se veramente la mescolanza di diversi tipi di tabacco può dar loro differenti sapori, sarà interessante conoscere i componenti contenuti nel tabacco delle sigarette.

Composizione del tabacco

Il tabacco è conosciuto da almeno tremila anni, ma la diffusione massiccia avviene ad opera di Cristoforo Colombo che lo scopre approdando nelle Americhe nel 1492 .
Fin dal suo arrivo in Europa, nel tardo XV secolo, il tabacco dà adito a controversie ed è oggetto di disapprovazione, ma nello stesso tempo genera, già da allora, notevoli introiti attraverso le tasse.

Il tabacco (Nicotiana tabacum) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Solanacee, comprendente circa 2000 specie di piante proveniente soprattutto dal Nord e Sud America, dall’Australia, dal Sud Africa occidentale e dal Pacifico meridionale.
Esistono due tipi di Nicotiana: la Nicotiana tabacum e la Nicotiana rustica. La Nicotiana tabacum è un’erba annuale con foglie ellittiche. La foglia verde (figura 1) produce sostanze importanti nel determinare l’aroma e il gusto del fumo del tabacco: il suo contenuto principale è la nicotina. La nicotina è un alcaloide (prodotto naturale che contiene uno o più atomi di azoto) e ha caratteristiche tossiche. La Nicotiana rustica, invece, ha foglie subovali e il contenuto di nicotina è più alto. Le foglie, una volta raccolte, vengono portate in appositi ambienti di essiccazione, dove rimangono per un certo periodo prima di essere avviate alla vera e propria lavorazione industriale e a questo punto il tabacco è detto greggio e più specificatamente, secondo l’uso cui è destinato, greggio da fiuto, da mastico, per sigari e per sigarette.

Figura 1. La foglia di tabacco

La sigaretta


Il tabacco è il prodotto più comunemente usato come componente base di sigarette e di sigari ma gli elementi che compongono una sigaretta sono vari ed ognuno di essi contribuisce alle caratteristiche specifiche di ogni brand (Figura 2).

Figura 2: Componenti di una sigaretta

Le sigarette sono suddivise in tre parti principali:

  • la colonna che comprende le foglie di tabacco;
  • la carta vergata attorno alla colonna di tabacco comprende carta e adesivo. La porosità della carta, che determina la quantità d’aria che può passarvi attraverso, influisce sul contenuto dei composti, sull’intensità di sapore e sull’aroma della sigaretta.
  • la zona di filtrazione: il filtro è costituito principalmente da fibre di acetato di cellulosa che gli permettono di mantenere la propria forma. Esso è avvolto in una carta e sigillato con uno strato di adesivo e qualche volta viene aggiunto ad esso anche del carbone attivo.

Il tabacco contiene 4000 sostanze chimiche, delle quali almeno 50 sono cancerogene ed estremamente dannose per il sistema cardiovascolare e il fegato. Dal momento che la nicotina, è facilmente assorbibile dalle mucose della bocca, esofago, bronchi perché viene aspirata, essa dà crisi di debolezza, annebbiamento visivo e mentale, vomito, convulsioni e tachicardia. I fumatori, inoltre, hanno un’alta concentrazione di piombo e di cadmio e sono predisposti all’ipertensione.

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Oramai i lettori più affezionati sapranno che gli acidi nucleici sono costituiti dalla ripetizione di nucleotidi e che un nucleotide è costituito da uno zucchero a cinque atomi di carbonio (il ribosio o desossiribosio), una base azotata legata al carbonio 1 (detto 1′ o 1 primo, per distinguere gli atomi di carbonio dello zucchero da quelli della base) e un gruppo fosfato che lega come fosse un ponte il carbonio 5′ del nucleotide con il 3′ di quello precedente. In questo modo i nucleotidi sono incatenati uno di seguito all’altro.
L’unica parte variabile dei nucleotidi sono le basi azotate, queste infatti possono dividersi in purine e pirimidine. la sintesi delle purine è una via biosintetica differente rispetto alla sintesi dele pirimidine, ma entrambe partono da precursori semplici, come l’aspartato (un amminoacido) per le pirimidine. Questa sintesi viene detta “ex novo” perchè appunto parte da precursori molto più semplici rispetto alle molecole che si verranno a formare e procede attraverso numerose tappe enzimatiche durante le quali viene consumata energia. In entrambi i casi, sia per le purine che per le pirimidine la via biosintetica ad un certo punto arriva ad un bivio. Per le purine questo bivio è rappresentato dall’ipoxantina (che legata al ribosio 5′ fosfato forma il nucleotide inosina monofosfato) dall’inosina monofosfato vengono prodotte sia l’adenosina monofosfato (o adenilato) sia la guanosina monofosfato (guanilato) che sono i nucleotidi purinici definitivi attraverso vie mutualmente esclusive (tuttavia è sempre possibile convertire l’una nell’altra). Per le pirimidine invece il bivio è rappresentato dall’uridina monofosfato (uridilato) che è già un nucleotide utilizzabile per l’RNA e dal quale verranno sintetizzate sia il timidilato (nucleotide della timina) sia il citidilato (nucleotide della citosina).
Le vie di sintesi ex novo sono regolate molto finemente nelle cellule e vengono inibite dall’accumularsi dei prodotti finali (inibizione retroattiva); come è facile immaginare queste vie biosintetiche sono particolarmente attive in cellule che proliferano rapidamente come le cellule staminali emopoietiche del midollo osseo e ovviamente le cellule tumorali. Per questo sono stati prodotti degli inibitori specifici per gli enzimi di queste vie. la famiglia di enzimi che facilmente vengono usati come bersaglio nelle terapie antiblastiche è quella delle glutammina amidotransferasi, responsabili del trasferimento del gruppo ammidico della glutammina alla base in via di sintesi in almeno una decina di reazioni. Quindi sono particolarmente importanti proprio per il loro ruolo.
Un altro enzima bersaglio è la timidilato sintasi che come dice il nome sintetizza il timidilato a partire dall’uridilato attraverso il trasferimento di un gruppo metilico di una serina al carbonio 5 dell’uracile. La timina è una delle quattro basi canoniche del DNA e un blocco della sua sintesi porta ad un arresto della divisione cellulare.
Proprio perchè sono molto importanti, le basi azotate vengono riciclate attraverso le cosiddette vie di salvataggio. Per cui non esistono solo le vie di sintesi ex novo, ma anche queste vie di salvataggio che oltre ad essere importanti per il rifornimento di basi azotate alla cellula, sono estremamente cruciali per evitare l’accumulo di un metabolita di queste basi, soprattutto delle purine ovvero l’acido urico. L’acido urico è la molecola attraverso la quale vengono eliminate le purine nei mammiferi (mentre ad esempio nei rettili e negli uccelli l’acido urico è la molecola principale con cui viene eliminata l’ammoniaca e in generale l’azoto in eccesso e vengono quindi chiamati animali uricotelici, i mammiferi eliminano le basi attraverso l’acido urico (e allantoina) e l’azoto degli amminoacidi attraverso l’urea, e sono pertanto sia uricotelici che ureotelici). Un accumulo di acido urico dovuto ad una eccessiva eliminazione delle basi (o per deficit enzimatici, o per un’alimentazione eccessivamente ricca di tali prodotti) porta alla formazione di urato di sondio, che è insolubile e forma dei cristalli che si depositano tra le altre cose nelle articolazioni, scatenando una reazione infiammatoria violenta che causa quella particolare patologia chiamata gotta. Una delle cure della gotta è quella di somministrare l’allopurinolo, un inibitore dell’enzima Xantina ossidasi che è il responsabile della formazione dell’acido urico. Se l’acido urico non si forma, le basi azotate puriniche vengono eliminate sottoforma di Xantina e Ipoxantina!

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Virus e Tumori

Un dato molto interessante è che il 15% dei tumori umani è da associare ad una pregressa infezione virale. Ovviamente è una stima, ma è indicativa del fatto che quando pensiamo agli agenti cancerogeni ci vengono in mente le radiazioni, ci viene in mente l’amianto, difficilmente ci verrà in mente un Virus. Il processo prende il nome di Carcinogenesi Virale e i virus in questione sono detti virus oncògeni. Un virus è un agente infettivo che per replicarsi deve parassitare le cellule. Ogni organismo vivente, dai batteri agli animali, ha i suoi propri virus. Fisicamente i Virus sono costituiti da una capsula proteica esterna, chiamato capside, il quale contiene al suo interno il genoma virale che può essere costituito da DNA o RNA a singolo o doppio filamento a seconda dei virus. Il virus per infettare una cellula deve a tutti gli effetti entrarci dentro. Il meccanismo di entrata è particolare per ogni virus e dipende dall’interazione di proteine virali con proteine cellulari. Una volta entrato, il virus deve fare sintetizzare alla cellula le proteine codificate dai geni virali. Alcune di queste proteine inibiscono le difese cellulari intrinseche, che porterebbero la cellula a bloccarsi impedendo così al virus di replicarsi, altre fanno in modo che la cellula diventi “invisibile” al sistema immunitario che potrebbe riconoscere e distruggere la cellula infetta (bloccando l’espressione delle proteine del complesso maggiore di istocompatibilità di classe I). Altre andranno a costituire il futuro capside virale. Oltre alle proteine virali il virus deve replicare il suo genoma, che andrà racchiuso nel capside del futuro virus. L’infezione virale è un processo o bianco o nero, cioè o produce virus nuovi oppure il virus entra in uno stato di latenza. E’ questo stato di latenza che ci interessa perchè è durante questo stato che può iniziare la carcinogenesi. Non tutti i virus sono ovviamente oncògeni e il processo non è matematico, cioè non basta essere infettati per sviluppare il tumore. Ci sono diversi modi con cui i virus possono trasformare, qui ne vedremo alcuni. Il primo virus ad essere associato ad un tumore è stato il Virus di Epstein-Barr. Questo virus è l’agente eziologico della Mononucleosi Infettiva, ed è estremamente diffuso anche se solo una piccola parte degli infetti ha sviluppato la mononucleosi. In realtà il Virus è stato associato a diverse neoplasie, in particolar modo il linfoma di Burkitt, il linfoma di Hodgkin e il carcinoma nasofaringeo. Il virus rimane in forma latente in cloni di cellule B o nelle cellule epiteliali. Queste cellule esprimono alcuni antigeni virali chiamti EBNAs (Eipstein-Barr Nuclear Antigens) e alcune proteine di membrana chiamate LMP1 e LMP2 (Late Membrane Protein). Queste proteine hanno un ruolo chiave nell’alterare la proliferazione cellulare, inibire l’apoptosi e rendere così immortali i cloni infetti. Questo, ripeto, non significa che basti l’infezione a causare la neoplasia, sono necessarie altre concause per lo più ignote, ma si è visto che questo tipo di tumori, quello di Burkitt almeno, appare soprattutto in popolazioni economicamente sottosviluppate e con la malaria endemica. Questo probabilmente oltre a sigtnificare un generale stato di immunodeficienza (malnutrizione) vuol dire che è necessario un continuo stimolo immunitario per permettere ai cloni immortalizzati di espandersi. Quello che deve essere chiaro è che se una neoplasia si origina da un clone cellulare che ha un’alterata proliferazione cellulare (e non solo) allora sembra legittimo chiedersi dove sia la causa di questa disregolazione. Bisogna cercare la risposta a livello dei geni. Man mano che venivano trovati i geni responsabili (direttamente o indirettamente) venivano divisi in oncogeni (OG) (si legge oncogèni) e in oncosoppressori (OS). I primi hanno un ruolo positivo sulla proliferazione e sopravvivenza cellulare e se fisiologicamente vengono attivati solo quando è richiesto, in una cellula neoplastica alcuni di loro sono costantemente attivati con ovvi risultati. Ma non basta, è necessario che quei geni che normalmente inibiscono la proliferazione o determinino la morte cellulare vengano irreversibilmente bloccati. Questi sono gli OS. E’ come avere un’automobile: o si rimpono i freni, o l’acceleratore è sempre premuto o meglio ancora entrambe le cose. L’evoluzione ha fatto sì che gli attori in questi processi (proliferazione, sopravvivenza/morte, ecc..) fossero ridondanti, in modo che se anche uno di essi dovesse mancare ci sarebbe un altro a prendere il suo posto. Non a caso, i geni che maggiormente ono stati coinvolti in neoplasie sono geni centrali nelle vie di segnalazione. Il secondo virus di cui parlerò è il virus del papilloma. Appartiene ad una famiglia diversa da EBV, perchè quest’ultimo è un Herpesvirus mentre il nostro HPV è un papovavirus. HPV (così lo chiameremo) è il virus che più comunemente causa le verruche. Alcuni ceppi però, in particolare HPV16, 18, 31 e 45, sono considerati ad alto rischio per il carcinoma squamoso della cervice uterina. In questo caso l’immortalizzazione delle cellule epiteliali dell’utero (che sono le cellule target del virus) è dovuta all’espressione di due geni precoci del virus early 6 e early 7. Questi due geni codificano per due proteine che hanno lo scopo di eliminare le inibizioni del ciclo cellulare. E6 infatti inibisce la proteina cellulare P53 che è uno dei più importanti oncosoppressori cellulari ed è considerato il guardiano del genoma. E7 invece inibisce RB, anche questo un importantissimo oncosoppressore che normalmente blocca il ciclo cellulare in fase G1. Normalmente il genoma virale di HPV (DNA) rimane separato da quello cellulare. In alcuni casi però può capitare che si integri (che si inserisca) a livello cromosomico. Questo può portare al danneggiamento del genoma virale stesso e se da questa integrazione il virus non fosse più in grado di completare il suo ciclo ma queste due proteine dovessero venire espresse allora la cellula sarebbe potenzialmente trasformata. HPV si trasmette, tra le altre cose, per via sessuale. Nel XVIII secolo un medico italiano constatò la virtuale assenza di cancro cervicale e la maggiore incidenza di cancro al seno nelle suore e monache. Questa osservazione di epidemiologia è estremamente importante, perchè indica come le abitudini sessuali abbiano un certo impatto sulla nostra salute. Per quanto riguarda il cancro alla cervice uterina, essendo suore e avendo in media meno rapporti sessuali rispetto alla popolazione, avevano un rischio minore di infettarsi con HPV. Per quanto riguarda il tumore al seno pare evidente che, essendo questi tumori prevalentemente ormone-dipendenti (almeno nelle prime fasi), queste donne, non avendo mai gravidanze (almeno in teoria) hanno una continua e ciclica esposizione endogena agli estrogeni, che sono uno dei fattori promuoventi il cancro al seno. Ci sarebbero altri virus di cui sarebbe interessante parlare (HBV, HCV, HTLV-1 e 2), ma allungherei eccessivamente la trattazione. Voglio concludere il discorso con un aspetto molto intrigante. Esistono dei virus appartenenti alla famiglia dei retrovirus che vengono denominati virus trasformanti acuti. Sono tra gli agenti cancerogeni più potenti che esistono (fortunatamente non ci sono tra questi virus umani). E’ stato proprio grazie a questi virus che si è iniziato a parlare di oncogeni. All’inizio del secolo scorso un medico americano, Francis Peyton Rous, scoprì che un particolare sarcoma di pollo (ora noto come sarcoma di Rous, appunto) poteva essere trasmesso da un animale all’altro semplicemente iniettando in quest’ultimo porzioni di tumore; cosa abbastanza insolita, poiché normalmente le cellule estranee ad un organismo vengono distrutte da quest’ultimo (a meno che il ricevente non sia immunodeficiente). Ci doveva essere quindi un agente che trasmetteva il cancro, e questo agente era più piccolo di un batterio poiché non veniva trattenuto dai filtri che normalmente trattenevano i batteri; all’epoca la virologia stava muovendo i primi passi. Anni più tardi, negli anni 50, si scoprì che questo agente infettivo responsabile dei tumori era un virus a RNA, chiamato Virus del Sarcome di Rous (un sarcoma aviario). La parte interessante è capire qual’è il meccanismo che porta alla trasformazione. Come tutti i retrovirus, anche RSV integra il suo genoma in quello dell’ospite. Questa integrazione può portare all’instaurazione della latenza. La grande particolarità di questo virus e di molti altri che si scoprirono nei decenni successivi, è che il genoma codificava per una proteina tirosina chinasica (nella famiglia delle proteine con attività tirosina chinasica si trovano moltissimi oncogeni), ed era questa proteina a determinare la trasformazione. Studiando il gene di src (così venne chiamata) si scoprì che presentava numerose omologie con altri geni presenti in moltissimi altri organismi (tutti i vertebrati). La conclusione fu che questo gene non era un gene virale, ma era un gene che il virus deve aver trattenuto nel suo genoma durante un ciclo di infezione chissà quando nell’evoluzione. Questo gene ha poi subito mutazioni che l’hanno reso costantemente attivato e pertanto altamente oncogenico. Quindi questi virus hanno nel loro genoma geni cellulari (chiamati generiamente c-onc) che accumulando mutazioni diventano costitutivamente attivati diventando v-onc.

Bibliografia:

“Infectious agents in human cancers: Lessons in immunity and immunomodulation from gammaherpesviruses EBV and KSHV”; Graham S. Taylor, David J. Blackbourn, Cancer Letters 2011.
“Viral Carcinogenesis: rivelation of molecular mechanisms and etiology of human disease”; Janet Butel, carcinogenesis 2000.
“MOLECULAR MECHANISMS OF CANCER” Georg F. Weber

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