dendrite

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Questo articolo è stato scritto per la V edizione del Carnevale della Biodiversità, ospitato dal blog Theropoda di Andrea Cau!. Il titolo di questa edizione è AI CONFINI DELLA REALTÀ: NICCHIE ESTREME.
Chi di voi, alla domanda “Chi sono i veri dominatori di questo pianeta?”, risponderebbe: “l’uomo”? Spero nessuno. I più accorti risponderebbero “Gli insetti”, ma solo quelli veramente informati risponderebbero con l’unica opzione veramente sensata: “I microrganismi”. I microrganismi sono forme di vita unicellulari, ma poichè esistono sia unicellulari eucarioti sia procarioti, a scanso di equivoci, io mi riferirò solo ai procarioti. I primi fossili di cellule procarioti (le stromatoliti) sono piccole cellule bastoncellari risalenti a 3.5 miliardi di anni fa.
Ovviamente nessuno dei procarioti attuali può essere considerato paragonabile ai loro progenitori fossili, ma il fatto è che sopravvivono da tre miliardi e mezzo di anni sempre mantenendo la stessa struttura unicellulare; se questo non significa avere avuto successo, non saprei cos’altro potrebbe volerlo dire.
I procarioti sono cellule molto più semplici e piccole rispetto alla più piccola cellula eucariote. I procarioti sono comunemente noti come batteri, ma bisogna fare una distinzione importante, i procarioti si dividono in due domini filogeneticamente distinti: Bacteria e Archea. Da un punto di vista evolutivo si ritiene che le cellule eucarioti abbiano un antenato comune più vicino con gli Archea che non con i Bacteria. Per semplicità sia archea che bacteria verranno generalmente definiti come batteri o procarioti, ma specificherò quando parlerò degli uni e quando degli altri.
Attualmente i procarioti hanno colonizzato praticamente ogni ambiente (dalle profondità abissali, alle acque termali, alle solfatare, al vostro intestino) e questo è dovuto principalmente a due caratteristiche:

1)      Grande capacità di adattarsi a condizioni ambientali estreme, condizioni a cui nessun altro organismo potrebbe sopravvivere (o per lo meno quasi).

2)      Capacità di produrre energia da innumerevoli fonti non utilizzate da altri organismi.

Un’altra caratteristica dei microrganismi è quella di adattarsi rapidamente a nuove condizioni ambientali, basti pensare alla moltiplicazione di ceppi batterici resistenti agli antibiotici in neanche un secolo.
Tutti i microrganismi in grado di crescere in ambienti estremi vengono chiamati con grande fantasia estremofili. In questo articolo è mia intenzione occuparmi di alcuni di essi.
Sicuramente tra gli ambienti più ostili alla vita ci sono quelli cosiddetti ipersalini, quelli in cui ci sono concentrazioni di sali (o degli ioni da essi derivati, in particolar modo Cloruro di Sodio) molto alti. Rientrano tra questi ambienti le saline, il grande lago salato e il mar morto. Per essere ipersalino un ambiente deve avere concentrazioni saline tra 3M (3 moli/litro) fino a 5.5M (limite di saturazione del sale).

itchfield Carol, “Survival Strategies for microorganisms in hypersaline environments and their relevance to life in early mars” Meteoritics and Planetary Science 1998

Con un’elevata concentrazione di sali nell’ambiente extracellulare l’acqua tende a fuoriuscire dalle cellule, facendole disidratare.
I microrganismi che riescono a crescere in condizioni di elevata salinità si chiamano alofili. Distinguiamo i microrganismi alotolleranti, che possono crescere sia in assenza di sale che in concentrazioni fino a 4M, e in alofili estremi che non crescono in ambienti con concentrazioni minori di 1.5-2.0M. Devo sottolineare come anche alcuni eucarioti unicellulari (in particolare l’alga verde Dunaliella salina) sono in grado di crescere in queste condizioni.
Come potete vedere dalla tabella, oltre alla salinità c’è da tener conto anche del pH, che in molti casi è estremamente alcalino.

In questi ambienti possono vivere e proliferare molte specie di batteri e di archea. Tra i batteri menzioniamo i Batteri Purpurei fototrofi (generi Halorhodospira, Ectothiorhodospira). La loro caratteristica principale è quella di effettuare una fotosintesi anossigenica, ovvero produrre energia utilizzando le radiazioni solari, senza produrre ossigeno (perché nella fotosintesi ossigenica viene utilizzata l’acqua come donatore di elettroni producendo ossigeno, mentre nei batteri purpurei viene utilizzato solfuro di idrogeno, tiosolfato, o altre molecole inorganiche). Possiedono  numerosi pigmenti fotosintetici come le batterioclorofille e carotenoidi che spesso danno colorazioni caratteristiche agli ambienti in cui fioriscono.

Saline della Camargue, il colore rosa è dato dai pigmenti dei batteri iperalofili

(Biotecnologie per tutti)

Questi microrganismi fototorofi rendono possibile lo sviluppo di altri alofili eterotrofi, in particolare gli Archea appartenenti ai generi Halobacterium, Natronobacterium e Natromonas. La domanda è come fanno questi microrganismi a non disidratarsi? Gli alofili estremi hanno la particolarità di accumulare soluti (in particolare K) al loro interno, infatti, grazie a particolari sistemi di trasporto ionico presenti sulle loro membrane, espellono il sodio (che tende ad entrare, seguendo il suo gradiente elettrochimico) e accumulano potassio (che tende ad uscire); questi accumuli di soluti pareggiano o addirittura superano la concentrazione di sali nell’ambiente esterno, pareggiando il bilancio idrico o addirittura rendendolo positivo.

L’altro caso di cui volevo parlare è quello dei termofili, in particolare gli ipertermofili la cui temperatura ottimale di crescita è superiore agli 80°C. I primi ipertermofili ad essere scoperti furono quelli presenti nelle sorgenti calde (hot springs) nel parco di Yellowstone.

Emerald Pool, una sorgente calda nel parco nazionale di Yellowstone, anche qui i colori sono dati da batteri ipertermofiliYellowstone National Park

Link

Le acque di molte sorgenti termali possono raggiungere temperature vicine ai 100°C, la domanda è come fanno i sistemi cellulari a resistere a tali temperature. A livello cellulare, il calore è in grado di far denaturare le proteine, che in questo modo perdono la loro funzionalità. Le proteine dei microrganismi ipertermofili, rispetto alle stesse dei microrganismi che vivono a temperature normali, hanno alcuni amminoacidi diversi e sono in grado di resistere e funzionare ottimamente a queste temperature senza denaturarsi (anzi, smettono di funzionare a temperature più basse). Anche le membrane sono specializzate e resistono alle alte temperature, e al posto degli acidi grassi (fosfolipidi) hanno una membrana costituita da idrocarburi estremamente lunghi che formano non un bilayer, come ci si aspetterebbe per una membrana, bensì un monolayer, rendendola così più termostabile. Tra i Bacteria, possiamo menzionare il genere Acquifex (e contiene i microrganismi più termofili di tutti i Bacteria); Le specie di questo genere utilizzano molecole inorganiche come fonte di energia, il particolare ossidano Idrogeno (H2), Zolfo (S) e possono essere aerobi, ma solitamente tollerano concentrazioni molto basse di ossigeno. La loro temperatura ottimale è di 85°C. I maggiori ipertermofili sono pero degli Archea, alcuni generi del phylum dei Crenarchaeota (trovati in solfatare, fumarole nere, acque termali) e degli Euryarchaeota. Anche in questo caso, questi microrganismi possono servirsi di zolfo e solfuri come fonte di elettroni per il loro metabolismo (in particolare quelli che vivono nelle solfatare) mentre altri si servono dello zolfo come accettore finale degli elettroni: mentre tutti gli organismi aerobi, noi compresi, utilizziamo l’ossigeno come accettore finale degli elettroni sottratti alle molecole organiche durante il metabolismo, molti microrganismi si servono dello zolfo riducendolo a acido solfidrico; ma non è un caso, zolfo e ossigeno sono nello stesso gruppo sulla tavola periodica (colonna) perché hanno propietà molto simili!

Un altro genere interessante è Methanopyrus, che è caratterizzato dall’avere specie metano gene in grado cioè di produrre metano: 4H2 + CO2 -> CH4 + H2O, in questo caso l’accettore di elettroni è l’anidride carbonica, mentre il donatore è l’idrogeno, entrambi molto abbondanti negli habitat in cui si trovano questi microrganismi: fumarole nere alle profondità di 2000 metri e a temperature di 110°C (Methanopyrus kandleri).

Abbiamo visto, quindi come svariati generi e numerosissime specie di microrganismi abbiano colonizzato ambienti estremamente proibitivi, da sottolineare comunque come i microrganismi non possono essere considerati come forma di vita primitive, perché nulla hanno a che vedere con quelli presenti miliardi di anni fa, ma questi stessi microrganismi dimostrano come non è necessario avere un grande cervello o il pollice opponibile per colonizzare il globo.

BIBLIOGRAFIA:

Madigan Michael T., Martinko John M. “Brock. Biologia dei microrganismi”

Litchfield Carol, “Survival Strategies for microorganisms in hypersaline environments and their relevance to life in early mars” Meteoritics and Planetary Science 1998

Kurr, M., Huber, R., Konig, H., Jannasch, H.W., Fricke, H., Trincone, A., Kristjansson, J.K., and Stetter, K.O. “Methanopyrus kandleri, gen. and sp. nov. represents a novel group of hyperthermophilic methanogens, growing at 110°C.” Arch. Microbiol. (1991)

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Quando il numero è perfetto:
arriva la 6° edizione della Notte dei Ricercatori

Anche quest’anno la Notte dei Ricercatori torna in Piemonte grazie al lavoro di squadra dello storico partenariato promotore, guidato per questa edizione da Agorà Scienza (capofila) e composto da: CentroScienza Onlus, Università degli Studi di Torino, Politecnico di Torino, Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro, Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, Creativa.

L’iniziativa promossa e co-finanziata dalla Commissione Europea, all’interno del Settimo Programma Quadro di Ricerca e Sviluppo Tecnologico (VII PQ), nata per sensibilizzare il grande pubblico al tema della ricerca scientifica e alla figura del ricercatore, si svolgerà il 23 settembre 2011 contemporaneamente in più di 300 città europee di 32 Paesi, tra cui 44 città italiane.

La Notte dei Ricercatori 2011 in Piemonte è all’insegna del LINKeRS – LINKs between Researchers and Society.
L’obiettivo è quello di avvicinare il grande pubblico alla figura del ricercatore, dimostrando che “il ricercatore è una persona normale che fa cose eccezionali”, contribuendo ad accrescere nei cittadini la consapevolezza dell’importanza della ricerca scientifica nello sviluppo della società.

Le città coinvolte per questa edizione sono: Torino, Alessandria, Biella, Cuneo, Novara, Verbania e Vercelli.

Stay tuned e scopri le novità dei programmi e delle attività di ogni città!

ALESSANDRIA
Per informazioni sull’evento di Alessandria: alessandria@nottedeiricercatori.it

http://www.nottedeiricercatori.it/piemonte/index.htm

Ho notato che in quasi sessanta articoli non ho mai parlato (con un’eccezione) di neuroscienze; devo questa mancanza ad una mia parziale ignoranza in merito, ignoranza alla quale, con molta fatica, ho posto qualche riparo, per cui eccomi qui. Voglio parlarvi di due fenomeni estremamente interessanti e discuterne le cause. Capita molto spesso che a persone a cui venga amputato un arto, o parte di esso, capiti ancora di sentire l’arto mancante. Questo fenomeno abbastanza conosciuto è noto come arto fantasma, ed a prima vista è assolutamente bizzarro (e spesso doloroso). Come è possibile che una parte del corpo mancante mandi ancora segnali nervosi al sistema nervoso centrale? Sembra una contraddizione! In realtà la risposta risiede nell’anatomia del sistema nervoso centrale, nella quale ci addentreremo pian piano.
Il Sistema Nervoso Centrale è costituito da encefalo e midollo spinale, che sono parte della stessa struttura che durante lo sviluppo embrionale si chiama tubo neurale (essendo un tubo, è cavo al suo interno, e questa cavità persiste anche nel SNC dell’adulto, con i quattro ventricoli encefalici e il canale centrale del midollo spinale). Mentre però il midollo spinale mantiene grossomodo una struttura tubulare, l’encefalo è enormemente sviluppato e rigonfiato. Il Midollo spinale è contenuto all’interno del canale vertebrale, costituito come potrete facilmente dedurre dalle vertebre. Il Midollo spinale ha quindi una posizione mediana tra metà destra e sinistra del corpo, ed ha una posizione dorsale. Dal midollo spinale si dipartono numerose paia di nervi spinali (un nervo per la metà sinistra e uno per la metà destra). I nervi spinali sono delle strutture rivestite, e sono costituite da veri e propri fasci di assoni il cui corpo cellulare è situato nel midollo. Ciascun nervo spinale è un nervo misto, cioè ha sia assoni motori, che vanno ad eccitare i muscoli per farli contrarre, sia assoni sensitivi, che innervano il nostro organismo (muscoli, cute, visceri) e ci danno la sensibilità (quella che chiamiamo sensibilità somatica, del nostro corpo, e sensibilità propriocettiva che è una sensibilità non cosciente sullo stato dei nostri muscoli e tendini). Gli assoni sensitivi partono da neuroni il cui corpo cellulare (o soma) risiede in appositi gangli molto vicini al midollo spinale, tra una vertebra e l’altra. Questi neuroni, che vengono chiamati sensitivi primari, sono particolari perchè hanno un corpo cellulare localizzato in questo ganglio, e invece di avere dei normali dendriti e un normale assone, presentano un unico processo a T (vengono chiamati neuroni pseudounipolari):

Come vedete questo processo a T è funzionale al loro ruolo di “percepire” stimoli (tattili, dolorosi, termici) in periferia con un’estremità del processo, attivare un potenziale di azione (o impulso elettrico) che viaggia a ritroso (rispetto alla direzione dell’impulso di un neurone motore, che dal centro va in periferia) fino all’estremità opposta. L’estremità opposta è “inserita” nel midollo spinale” dove ci sono neuroni sensitivi di secondo ordine che vengono attivati da questo potenziale d’azione. I neuroni sensitivi spinali attivati sono dei neuroni come normalmente li immaginiamo, ovvero hanno un corpo cellulare, un albero dendritico, e un assone diametralmente opposto. Ricevono l’impulso sui loro dendriti e attivano un potenziale d’azione che corre lungo l’assone in direzione ascendente, ovvero dal midollo spinale verso l’encefalo. Questa via spinale termina nell’encefalo, dove attraverso altri neuroni cambia metà (oltrepassa la lina mediana che divide in due metà speculari il nostro SNC), contatta il Talamo, e dal Talamo arriva alla corteccia (dell’emisfero della metà opposta del corpo dove lo stimolo si è originato). La corteccia è una struttura straordinaria. Rappresenta lo strato più esterno e più sviluppato dei due emisferi cerebrali, quello che viene volgarmente detto “materia grigia” ed è costituita da miliardi (si stima sui 50) di neuroni.  La corteccia ha subito nei mammiferi e nei primati uno sviluppo enorme dell’estensione, ed è tanto estesa che è ripiegata su se stessa ed è per questo che ha assunto quell’aspetto tipico con solchi e circonvolluzioni (questo ha permesso un’aumento della superficie senza un corrispettivo aumento del volume; ricordo che in biologia il rapporto volume/superficie di solito non deve mai essere troppo elevato).

Vedete ora un encefalo dall’alto, come se apriste la calotta cranica di una persona (ma vi invito a non farlo, potreste ucciderla), e osservaste il cervello dall’alto, intero (in anatomia spessissimo si fanno delle sezioni di organo per osservarne l’interno). Vedete benissimo come sia diviso in due emisferi da una scissura che corre longitudinalmente (scissura longitudinale), e che questi emisferi hanno dei solchi e delle altre scissure. Quella che vedete è quindi la corteccia cerebrale, la nostra parte del cervello più sviluppata. La corteccia è divisibile in lobi, che anche se si tratta di strutture dai confini arbitrari, rispondono abbastanza bene alle esigenze anatomiche:

Se operiamo una sezione coronale (perpendicolare alla scissura longitudinale) otteniamo questo:

I due emisferi sono ancora distinguibili. Notiamo inoltre come la corteccia, sia solo lo strato più esterno (grigio) degli emisferi, ma come sia comunque sviluppata ed estesa. Sotto la corteccia (la parte in giallo) c’è la mteria bianca, ovvero fasci di assoni che mettono in comunicazione varie parti del SNC tra loro (particolarmente degni di nota sono le fibre commessurali, ovvero quelle fibre che passano da un emisfero all’altro formando il corpo calloso). Notate in oltre come i due emisferi presentino due cavità, i ventricoli laterali (lateral ventricle),al di sopra dei quali si trova il corpo calloso che mette in comunicazione i due emisferi. I due ventrucoli laterali confluiscono, attraverso i fori interventricolari del Monro nel terzo ventricolo ai fianchi del quale si sviluppa il talamo (il talamo è un nucleo pari, ovvero uno per ogni emisfero) che è la stazione dove tutte le percezioni (tattili, dolorifiche, visive, uditive e olfattive) “sostano” prima di venire mandate alla corteccia dove verranno elaborate. Tutte quelle senzazioni che non percepiamo (come ad esempio i vestiti che abbiamo addosso) è perchè sono filtrate dal talamo e non sono inviate alla corteccia (poi c’è anche un discorso di adattamento dei recettori cutanei, ma non aggiungiamo altra carne al fuoco). Il talamo, con altri nuclei (come il caudato, e il lentiforme) costituisce il Diencefalo, la parte del cervello che è la base dei due emisferi e dai queli è completamente ricoperto (i due emisferi formano il telencefalo). Il Diencefalo poggia infine sul tronco cerebrale, costituito da diversi nuclei importantissimi per le funzioni vitali come la respirazione, battito cardiaco, sonno/veglia, è la parte più fondamentale e arcaica del cervello, e restringendosi sempre di più esce dal cranio e diventa midollo spinale. Ma torniamo alla corteccia. I neuroni che formano la corteccia sono stratificati (da tre a sei strati), ma le unità operative non sono a strati, ma a colonne che attraversono gli strati. Questi moduli sono attivati da segnali specifici (provenienti dal “basso”, da aree dello stesso emisfero, o dall’emisfero opposto). La corteccia è responsabile dell’elaborazione delle informazioni, e in genere delle funzioni superiori (linguaggio, riconoscimento ecc..). La corteccia ha aree specializzate per questo tipo di funzioni. Ha un’area deputata all’elaborazione delle immagini visive, una per le informazioni uditive, e così via. Sono state individuate 47 aree corticali. Tra queste c’è anche l’area somatosensitiva o somestetica indicata in viola:

La corteccia somestetica (lobo parietale) viene raggiunta da tutte le informazioni sensitive coscienti che arrivano dai nervi periferici (seguendo quel percorso che ho illustrato prima). Bisogna anche sottolineare come in molti casi, e questo è uno di quelli, l’area somatosensitiva dell’emisfero sinistro riceve informazioni dalla parte destra del corpo e viceversa, questo perchè come ho detto prima, gli assoni che dal midollo spinale portano gli impulsi verso l’encefalo terminano all’inizio del cervello, e passano il testimone ad un altro gruppo di neuroni (che formano due nuclei, il gracile e il cuneato), i quali come si dice in gergo decussano, e vanno a finire nel talamo dell’emisfero opposto, dal talamo quindi passano alla corteccia dove queste informazioni vengono elaborate, e noi effettivamente sentiamo, ad esempio, una mano che ci sfiora, e le mie dita sentono i tasti mentre sto scrivendo questo post. Una cosa molto interessante, è che questa corteccia sensitiva ha un’organizzazione che rispecchia le varie parti del corpo, c’è quindi una zona, in quest’area, che è deputata alle senzazioni arrivanti dalla mano, un’altra da quelle della lingua, del torso e così via. Ha un’organizzazione somato-topica. Ma, ad esempio, la zona corrispondente alla mano è molto più sviluppata rispetto a quella del piede, o del busto, questo determina una sensibilità maggiore alle mani rispetto ai piedi (con le mani scriviamo, cuciamo, suoniamo strumenti, riconosciamo). E’ stato così costruito un homunculus, che ha le zone del corpo di dimensioni proporzionali all’area dedicata nella corteccia. Ora finalmente, vi accorgerete che questa digressione serviva a portarci all’argomento principale: l’arto fantasma. Come è possibile che venga sentito un pezzo di corpo che non c’è più? Se non c’è più, le terminazioni nervose non ci sono più, questo impedisce alla corteccia somatosensitiva di elaborare alcuno stimolo, e noi non dovremmo sentire più nulla. Invece non è così. Infatti, una delle principali caratteristiche della nostra corteccia è che è plastica, capita a volte che funzioni di aree danneggiate (ad esempio da ictus) vengano assunte col tempo da altre aree circostanti, recuperando le funzioni perdute. In questo caso è stato dimostrato che le aree corticali corrispondenti all’arto tagliato, non ricevendo più stimoli propri, vengono spesso accese da altri stimoli, che non c’entrano nulla con la parte del corpo in questione, è come se diventassero più ricettive. Questo determina la sensazione (spesso dolorosa) proveniente dall’arto sparito, in realtà è la nostra corteccia che sente senza essere debitamente stimolata. A volte accade che se a queste persone viene sfiorata un’altra parte del corpo, essi sentano come se si stesse toccando la parte mancante. Questo può accadere quando aree della corteccia somatosensitiva  vicine a quella dell’arto mancante le mandino delle informazioni collaterali, per cui può capitare che una persona a cui è stata amputata la mano sinistra, senta sensazioni alla mano fantasma quando le viene sfiorata la guancia sinistra (nella corteccia l’area del viso è confinante con quella della mano), in questo caso c’è stata una sovrapposizione di aree, quella della guancia è andata a sovrapporsi a quella della mano.
Una sovrapposizione simile è evidente anche in un’altra sindrome molto curiosa, la sinestesia. La sinestesia è meglio nota come figura retorica, che come sindrome, ed è quel modo di dire tipico delle poesie in cui si associano due concetti appartenenti a due sfere sensoriali diverse, così secondo Quasimodo l’urlo delle madri che vedono i propri figli uccisi è nero: una sensazione uditiva viene descritta con un attributo visivo, il nero (cfr alle fronde dei salici). La sinestesia neurologica si fonda sullo stesso concetto, sono sinestetiche quelle persone che associano sensazioni differenti. Il caso più semplice è quello delle persone che vedono i numeri colorati.. nel senso associano un colore a ciascun numero. Io quando penso al quattro penso al quattro, non al verde. Nonostante questo se vedo un quattro verde  sono in grado di dividere queste due cose quattro (numero) e verde (colore). Alcuni sinestetici invece associano il colore ai numeri sempre, per cui se in un insieme di numeri neri, c’è un numero (sempre nero) che ripetuto forma ua figura particolare, un sinestetico la individuerà subito, perchè assocerà ai numeri colori diversi, mentre noi ci mettiamo sicuramente di più. In questo caso la risposta è da cercare nell’area visiva dove il modulo del riconoscimento del simbolo dei numeri è estremamente vicino a quello dei colori e talvolta (geneticamente) è possibile una sovrapposizione delle parti. Ma ci sono casi più complessi, come quelli che ad esempio sentono le note colorate, o associano gusti alle parole. Molto spesso il fenomeno avviene in un solo senso, per cui uno sento un do giallo, ma non è detto che se vedo il giallo sento un do. Questo è dovuto ad un maggior numero di collegamenti che da un’area specifica (mettiamo quella del suono) va a quella della visione o viceversa (da questo si può capire il motivo dell’unidirezionalità). Altri non reputano che sia dovuto ad un maggior numero di connessioni, ma al fatto che queste connessioni siano attive nei sinestetici e inattive negli altri. Il fenomeno è ovviamente complesso e in molti versi ancora incompreso.

Spero di non avervi annoiato, e che la digressione dell’anatomia del nostro cervello, seppur parziale e con molte lacune, sia stato di vostro interesse, perchè mai come in questo caso la struttura si correla strettamente con la funzione, e in questo caso anche la posizione. Se volete leggere qualcosa a proposito consiglio due libri divulgativi del neuroscienziato indiano Ramachandran, “Cosa sappiamo della mente” Mondadori, 2004 e “La donna che morì dal ridere” Mondadori, 1998. Ovviamente potete sempre consultare un testo di neuroanatomia, come ho fatto io per i dettagli, ma se non siete obbligati vi consiglio di evitare (esperienza personale). Se avete dubbi, notate errori, o avete domande usate i commenti! Alla prossima!

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Ci sono domande che accompagnano l’uomo dall’inizio della sua storia, domande come: perchè il cielo è azzurro? perchè la terra è rotonda? l’universo è davvero infinito? e perchè abbiamo una testa, un torace, due braccia, due gambe, due mani e due piedi? Chiunque abbia un numero diverso di elementi rispetto a quelli scritti non si preoccupi, avrà una risposta!
Avrete notato senz’altro notato che ci potremmo virtualmente tagliare in due metà pressochè speculari tra loro, semplicemente seguendo un asse anteroposteriore: scopriremo che la maggiorparte del nostro organismo esterno e interno è simmetrico rispetto a questo asse (il fegato, ad esempio, sembra fare eccezione).
Come immagino sappiate, ciascuno di noi si è formato fisicamente con lo sviluppo embrionale, durante il quale, da una singola cellula chiamata zigote, si forma un organismo pluricellulare, dotato di organi e tessuti ben differenziati (morfogenesi e organogenesi).
Durante lo sviluppo embrionale non ci sono solo processi di crescita e proliferazione cellulare, ma processi di differenziamento istologico, morfogenesi e trasformazioni spaziali che portano appunto all’organogesi e alla determinazione dell’assetto del corpo lungo un asse antero-posteriore. la questione è complessa: ad esempio, tra un rene e l’altro, non ci sono differenze, sono pressochè identici. Questo significa che le cellule che hanno dato origine ai reni erano cellule identiche e che si sono disposte e strutturate in egual modo per dare origine all’organo; ma prendiamo ad esempio un braccio e una gamba, non ci sono differenze istologiche tra i due arti, ma ciò che cambia è la disposizione delle cellule. Ci deve essere qualcosa, oltre al processo di differenziamento, che determina l’assetto e la disposizione delle cellule e dei tessuti in un organo, in un arto, nell’organismo in generale.
Esise una famiglia di geni che è responsabile della determinazione spaziale del nostro corpo, e di quello degli altri organismi e della loro specificazione (ovvero formazione di due braccia, due cambe, una testa ecc..). Lo studio di questi geni è iniziato in un modello biologico molto famoso, ovvero il moscerino della frutta. Diverse mutazioni che non interrompevano lo sviluppo embrionale, avevano effetti sulla disposizione delle diverse componenti dell’insetto, ad esempio in una mutazione chiamata Antennapaedia, il povero moscerino si ritrovava due arti al posto delle antenne. Questo dimostrava come dei geni in particolare potessero avere un ruolo organizzativo durante lo sviluppo embrionale. Questi geni sono stati chiamati geni Omeotici o Homeobox in inglese, e sono accumunati dall’avere un dominio proteico di 60 amminoacidi molto conservato nell’evoluzione, l’Homeobox domain o l’omeodominio. Questo domnio è in grado di legare une specifica sequenza di DNA e di funzionare come fattore di trascrizione (Fattori di trascrizione e Promotori, un sistema chiave/serratura), attivando o reprimendo numerosi altri geni. Sono stati scoperti 8 geni Homeobox (Hox per gli amici) nel moscerino della frutta e 39 nei mammiferi. Questi geni non sono sparsi casualmente per il genoma, ma sono anzi raggruppati in Clusters (ovvero gruppi di geni ravvicinati) da A a D. Con la loro funzione i geni Hox controllano l’identità cellulare e la sua posizione lungo l’asse anteroposteriore dell’organismo. Il funzionamento di questi geni è strettamente regolato e questa regolazione è sia temporalmente che spazialmente determinata. Ad esempio i geni Hox collocati al 3′ di ciascun cluster (quindi quelli al fondo del cluster stesso) sono attivati sempre prima di quelli al 5′ (quindi quelli iniziali); oltre a questa distinzione temporale, c’è anche una distinzione spaziale: i geni collocati al 3′ sono attivati prima e in zone anteriori dell’embrione, mentre i geni collocati al 5′ sono attivati dopo e in zone posteriori. La distinzione spazio-temporale dell’attivazione è fondamentale per un corretto sviluppo dell’embrione.  Questa caratteristica viene chiamata Collinearità ed è essenzialmente dovuta a fattori epigenetici. L’epigenetica come ho già discusso, è quella serie di informazioni che provengono dalla modificazione covalente di DNA e Istoni. Gli istoni sono delle proteine essenzialmente basiche, che formano dei complessi chiamati nucleosomi attorno ai quali si avvolge la doppia elica. Il modo con cui il DNA si avvolge attorno ai nucleosomi dipende da numerosi fattori, quelli che ne aumentano l’adesione (e quindi provocano la cosiddetta condensazione della cromatina) fanno in modo di inibire l’espressione dei geni contenuti nella sequenza di DNA condensata, perchè più il DNA è condensato minore è la probabilità che  il complesso di trascrizione si leghi ai promotori dei geni e che questi vengano espressi. I fattori che invece diminuiscono lo stato di condensazione sono fattori che aumentano il livello di trascrizione per il motivo opposto. La capacità dei geni di essere espressi dipende dall’equilibrio tra fattori pro-condensazione (che silenziano)  e fattori anti-condensazione (che attivano), e il linguaggio che ha come alfabeto questi fattori prende il nome di epigenetica. La capacità dei geni Hox di essere espressi in maniera così finemente regolata è dovuta ad un attento switch epigenetico che vede decondensati prima i geni Hox al 3′ del cluster di appartenenza nelle zone anteriori dell’embrione, e successivamente i geni Hox al 5′ nelle zone posteriori. Il pattern di attivazione di questi geni Hox determina l’identità e la posizione delle cellule durante lo sviluppo embrionale.  Molto importante ad esempio è il pattern di espressione durante lo sviluppo dell’encefalo che porta alla formazione di un prosencefalo, di un mesencefalo e di un romboencefalo, tutte e tre le parti si dispongono lungo un asse longitudinale e durante questo sviluppo si verificano numerosi cambiamenti epigenetici a livello dei loci Hox nelle cellule staminali progenitirici fino ad arrivare alle cellule completamente differenziate. Questi marcatori epigenetici hanno anche un ruolo fondamentale nella memoria cellulare che fa sì che una cellula, quando si divide, trasmette alle cellule figlie lo stato della cromatina che possedeva precedentemente alla divisione, in modo che la cellula figlia assuma le stesse caratteristiche della cellula madre.
Possiamo infine immaginare cosa potrebbe succedere in caso di un’alterata espressione dei geni Hox durante l’embriogenesi. Le malformazioni degli arti inferiori e superiori, delle mani e dei piedi e delle rispettive dita sono spesso riconducibili ad alterazioni nel pattern di espressione dei geni Hox (ad esempio una mutazione nei geni appartenendti al Cluster HoxD sembrano essere correlate con malformazioni degli arti e nel tratto uro-genitale). Spesso l’esposizione del feto in via di sviluppo ad alcune sostenze (dette teratogene) porta alla comparsa di malformazioni, sembra che queste sostanze interferiscano non il funziamento dei geni Hox o delle relative proteine. Diversi tumori (soprattutto infantili), inoltre, sono stati associati ai geni Hox.
Una ultima considerazione. Come ho detto, i primi studi sulla capacità di organizzare la simmetria corporea sono stati fatti su un insetto, quindi un invertebrato. Da questo modello poi si è iniziato a studiare una serie di altri organismi, uomo compreso, dimostrando che questi geni omeotici sono presenti particamente in tutti gli animali e non solo (anche nelle piante ad esempio).  Questo significa che poichè in natura esistono forme di vita con piani di simmetria molto diversi: pensiamo ad un riccio di mare od a una stella marina e pensiamo a un topo, i primi due hanno una simmetria raggiata, un topo ha una simmetria bilaterale (come noi), ma non è solo questione di simmetrie, prendiamo ad esempio gli arti negli invertebrati passiamo da sei arti per gli insetti, a otto per gli aracnidi, mentre per i vertebrati abbiamo una minore variabilità (in genere quattro arti che possono essere successivamente modificati o perduti). E’ chiaro che per avere questa variabilità di simmetria e strutture corporee è stato necessario modificare l’attivazione dei geni Hox. Poichè esistono delle mutazioni inattivanti a livello di questi geni che rendono la struttura dell”organismo colpito più semplice rispetto all’originale, e qualche volta simile a eventuali antenati ancestrali, si potrebbe inferire che le acquisizioni corporee siano state ottenute aumentando di complessità il pool dei geni Hox (e questo potrebbe essere convalidato dall’evidenza che il numero dei cluster nei vertebrati segue quasi esattamente il numero di duplicazioni genomiche), ma questo pone un problema, se immaginiamo un modello di evoluzione a piccoli step andiamo incontro alla formazioni di veri e propri mostri che non saranno tollerati dalla selezione naturale. Io non sono un biologo evoluzionista, e non ho idea di cosa gli esperti pensino al riguardo. Spero di aver stimolato la vostra curiosità ed il vostro interesse per un argomento che è estremamente complicato e affascinante. Se avete domande siete invitati a farle, anche se non vi assicuro che sappia la risposta! Alla prossima.

Bibliografia:
“Embriologia” di Barbieri M e Carinci P.
Benjamin A. Barber, Mojgan Rastegar, “Epigenetic control of Hox genes during neurogenesis, development, and disease“;  Annals of Anatomy 192 (2010).
Micheal Akam, “Hox genes, homeosis and the evolution of segment identity: no need for hopeless monsters“; Int. J. Dev. Biol. 42 (1998)
Shigehiro Kuraku, “Hox Gene Clusters of Early Vertebrates: Do They Serve as Reliable Markers for Genome Evolution?Genomics Proteomics Bioinformatics (2011)

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