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E’ uno degli eventi più drammatici della mitologia ma anche tra quelli più plausibili, il diluvio universale si è davvero verificato e dove?

Dei grandi e tragici eventi del passato molti hanno davvero un fascino sinistro. Tra eruzioni di vulcani a incenerire intere città, Pompei ed Ercolano sono i più celebri esempi, terremoti, tsunami, siccità infinite e alluvioni spaventose la mitologia ha trovato ampio spazio e così storie accadute migliaia di anni fa sono ancora vive in noi come se fossero accadute ieri e, in momenti come quello attuale di grande attenzione ai cambiamenti climatici, gettano un po’ di ombra sul nostro futuro.

Ma quanto c’è di vero in queste leggende?

Il diluvio universale è una delle prime grandi catastrofi che hanno visto coinvolta l’umanità. La storia, anche per chi a catechismo era un po’ distratto, è celebre. Dio decide di affogare un’umanità corrotta salvando solo un prescelto e la sua famiglia, Noé, cui impone di costruire una grande nave, l’Arca, per mettere in salvo sé, la sua famiglia e una coppia, maschio e femmina, di ogni animale, con cui poi ripopolare il mondo. Una volta finita l’Arca la furia di Dio ha inizio. Le acque salgono e l’umanità scompare mentre la grande nave procede alla deriva verso l’orizzonte. L’Arca poi si andrà ad arenare lontano, alcuni sostengono sulle pendici del monte Ararat, nella Turchia orientale, e da quei sopravvissuti, secondo il mito, ebbe origine l’intera umanità.

Chiaro che per noi che parliamo di scienza si possa trattare solo di un mito. Le ricerche genetiche di Cavalli – Sforza, la teoria dell’Eva mitocondriale, i reperti trovati nell’Africa centro orientale e gli studi di migliaia di antropologi, ci dicono come l’umanità derivi invece da un piccolo gruppo di ominidi che usciti dall’Africa colonizzarono progressivamente tutte le terre emerse con un percorso di diverse decine di migliaia di anni. Resta però un fatto: il diluvio in sé potrebbe essersi verificato per davvero?

Forse quello che successe 5600 anni sulle coste del mar Nero e che è stato scoperto dagli studi di due ricercatori, Walter Pitman e William Ryan, che hanno studiato le linee di costa del mar Nero, i depositi sedimentari ed i resti di piccoli animali ritrovati nei carotaggi, potrebbe, causa la sua incredibile potenza, aver sconvolto chi vi assistette portando così alla nascita del mito, del diluvio universale.

Vicino allo stretto del Bosforo, nella parte della Turchia che più si avvicina alla Grecia, si trova il mar di Marmara, uno specchio d’acqua intermedio tra due mari più grandi e molto diversi: il Mediterraneo ed il mar Nero. Questo, chiamato anche Eusino, è un bacino molto particolare con diverse caratteristiche che lo rendono davvero curioso: una di queste è la sua origine, almeno in parte, glaciale. Durante le glaciazioni infatti l’area del mar Nero era probabilmente coperta da un grande ghiacciaio proveniente da Nord. L’enorme massa di ghiaccio doveva pesare milioni di tonnellate cosa che portò ad uno sprofondamento dell’area su cui si trovava. In questo modo si pensa che sia nato il profondo bacino del mar Eusino. Quando il ghiacciaio, durante una fase interglaciale, cioè di riscaldamento climatico, si ritirò le sue acque di fusione finirono in massa nella vasta depressione che prima occupava, inondandola. Dove si trovava un grande ghiacciaio ora c’era un grande lago d’acqua dolce in crescita costante. La continua fusione dei ghiacciai a nord portò il lago a riempirsi sempre più fino ad arrivare in contatto con il mar di Marmara, rispetto cui si trova sotto di circa 150 m, e così al Mediterraneo. Il lago era diventato un mare. Per circa 2000 mila anni ci fu un flusso continuo di acque: quella dolce dell’Eusino scorreva a Sud mentre quella più salata del Mediterraneo finiva a nord, proprio attraverso il mar di Marmara. Quando però il clima cambiò ancora, o forse ci fu una diminuzione del flusso di acqua dolce dalle calotte glaciali, si arrivò ad una situazione critica: a causa della grande estensione del mare e della poca acqua in ingresso evaporava più acqua di quella che entrava. Il livello del mar Nero cominciò così a scendere. Il canale che lo metteva in comunicazione con il mar di Marmara lentamente s’interrò fino a scomparire. Il mar Nero era tornato ad esser un lago. Le cose non cambiarono, l’evaporazione continua e molto elevata continuò a far diminuire il livello del lago. Mentre il lago si ritirava sulle sue sponde venivano a scoprirsi terreni molto fertili che furono in breve colonizzati dagli uomini del tempo spinti dalla siccità a monte a cercar fortuna a valle. I raccolti erano probabilmente abbondanti e le acque del lago garantivano risorse in quantità. Le coste del lago si popolarono sempre più ed i secoli passarono cosicché la memoria di cosa quelle sponde fossero in precedenza si perse.

Il minimo livello raggiunto dal mar Nero

Tuttavia qualcosa stava per succedere.

Il clima cambiò nuovamente ed il collasso della calotta Laurentide, in nord america, portò ad un importante aumento del livello sia dell’oceano che, soprattutto, del Mediterraneo. Questo fece sì che il livello delle acque arrivò a lambire la diga naturale che si era creata tra il lago Eusino ed il mar di Marmara. La pressione sempre maggiore, o forse anche un evento occasionale come un terremoto, portarono alla rottura della diga. Doveva essere uno spettacolo incredibile: una grande cascata si creò dove prima c’era forse una parete di roccia alta quasi 200 metri che si apriva davanti ad un canyon. Le acque salate si gettarono così di nuovo con furia in quelle dolci dell’Eusino, scavando un canale profondo anche un centinaio di metri in cui ancora oggi scorre un grande fiume subacqueo d’acqua dolce (vd. http://www.telegraph.co.uk/earth/environment/7920006/Undersea-river-discovered-flowing-on-sea-bed.html).

Fu un disastro: un immenso e rapido diluvio distrusse la zona. Le acque del lago crescevano rapidamente, si pensa anche di diversi cm al giorno, ed i pesci morivano a frotte a causa del rapido aumento di salinità delle acque, che forse, così, divennero anche meno potabili.

L’acqua sale, i pesci muoiono, le città scompaiono e tutto con una furia mai vista. Non è difficile ipotizzare che gli uomini del tempo, terrorizzati, pensarono ad una vendetta divina. In 2 anni, forse, quello ch’era stato un grande lago d’acqua dolce, la casa di migliaia di persone, divenne un mare salmastro, il mar Nero.

Così ebbe fine un lago.

Così iniziò un mito: quello del diluvio universale.

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Dall’editore che ha pubblicato in Italia “Breve storia di (quasi) tutto” ecco un altro interessante libro che parla di scienza, clima e umanità.

Il libro di Fargan, antropologo all’università della California, parla di clima e di umanità ma con un approccio molto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare. Recentemente il clima è stato per mesi al centro dell’agenda di politici e media. Con il COP15 la mobilitazione, e quindi l’attenzione, per la questione è stata massima. Si è parlato di clima, di emissioni, di protocolli e gas serra dando per inteso che sia l’uomo ad agire sul clima, ma è davvero così?

Nel libro di Fargan, a metà tra il romanzo storico ed il meticoloso saggio scientifico, si legge di come molti dei grandi eventi della Storia, dall’espansione dell’impero di Gengis Khan alla caduta del suggestivo impero Khmer siano stati conseguenze del cambiamento climatico. La Storia, sembra voler dire Fargan, è uno spettacolo in cui l’umanità è attore principale con, alla regia, il clima.
Il libro è suddiviso in capitoli che trattano, di volta in volta, le diverse situazioni verificatesi in diverse aree del mondo e orientate a dimostrare come il periodo del Caldo medioevale abbia avuto ripercussioni globali, favorevoli per alcuni, come ad esempio le popolazioni del grande nord, devastanti per altri, Maya prima di tutto.

Fargan da anche ampia descrizione anche sui metodi che hanno permesso ai ricercatori di risalire al clima dei secoli passati. Coralli, alberi, limi, e più in generale, sedimenti, vengono studiati, scavati, analizzati ovunque nel mondo, lasciando talvolta il lettore sorpreso davanti alla precisione, e soprattutto alla globale coerenza, delle informazioni ricavate.

Fargan crea un libro affascinante e talvolta suggestivo pur trattando comunque di scienza. Ogni capitolo comincia con una breve parte romanzata utile, a mio parere, a coinvolgere ulteriormente anche il lettore meno interessato. Piccole pillole di scienza pura, come la spiegazione accurata, e forse un po’ involuta, di alcuni fenomeni metereologiche come el Nino, sono poi disperse qua e la nel libro dando così una buona comprensione di quanto succede ed è conosciuto del sistema Terra.

Da “Effetto Caldo” traspaiono quindi due considerazioni fondamentali: esiste una risorsa fondamentale per l’umanità troppo spesso sottovalutata, l’acqua. Il successo, la caduta, il destino di tutte le popolazioni, di tutta l’umanità sono sempre dipesi direttamente, o indirettamente, dalla disponibilità idrica. Fargan, come è già chiaro a molti, nell’ultimo capitolo dove da le sue considerazioni sulla situazione attuale si sofferma su questo punto lasciando intendere chiaramente come nel futuro prossimo l’acqua assumerà il ruolo ora recitato dal petrolio.
In secondo luogo l’altra considerazione fondamentale: lo sviluppo sostenibile e la capacità di adattamento sono essenziali. La storia, e questo libro parla del binomio storia dell’uomo-storia del clima, spiega chiaramente come, quando in una società si superi il punto critico di sfruttamento del suolo, delle risorse, dovuto molto spesso all’incremento del tasso demografico, si hanno due possibili conseguenze, guerre di conquista oppure implosioni nella società.

“Effetto caldo” è perciò un libro davvero piacevole che ricorda in alcune sue parti “Collasso” di J. Diamond (tra l’altro i due lavorano entrambi in California). Qua è la ci sono alcune grosse imperfezioni che lasciano un po’ interdetti, però resta comunque una validissima e davvero interessante lettura.

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