acqua

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Il numero di agosto di National Geographic Italia contiene un interessante articolo, corredato di fotografie sui cosiddetti blue holes. Si tratta di ecosistemi unici e interessantissimi dal punto di vista scientifico eppure pressochè sconosciuti. I blue holes sono cavità di forma vagamente circolare che possono trovarsi in mare aperto o anche sulla terraferma e il loro nome deriva dal profondo contrasto che si osserva tra il buco vero e proprio e l’azzurro molto chiaro che lo circonda.

Si trovano in diverse parti del mondo: Belize, Bahamas e Mar Rosso e vengono studiati da moltissimi scienziati di diversi rami. Non si tratta infatti di ecosistemi marini nel vero senso della parola: la circolazione con l’esterno e il rimescolamento verticale sono scarsissimi e l’ambiente, al di sotto di una certa profondità, è quasi del tutto anossico. Ciò accade perchè queste specie di pozzi naturali contengono acqua salata e acqua dolce: la seconda però è più leggera e tende a formare una pellicola (spessa metri) tra l’acqua salata e l’atmosfera. L’acqua salata rimane praticamente priva di ossigeno ricreando condizioni molto simili a quelle che si osservavano negli oceani primordiali: i fondi dei blue holes sono infatti popolati da batteri particolari che suggeriscono ai paleontologi come fosse la vita sulla Terra ancora priva di ossigeno e agli esobiologi come potrebbe essere quella su altri pianeti con diversa atmosfera. Tuttavia il contributo di questi luoghi non è limitato a questo (e sarebbe già molto): sono una miniera di biodiversità (in ogni blue hole ci sono differenti specie di batteri), enciclopedie paleoclimatologiche (le stalattiti e stalagmiti che crescono nelle grotte secondarie conservano tracce dei cambiamenti climatici dalle ere glaciali a oggi) e conservano fossili e reperti antichi in ottime condizioni (proprio perchè questo ambiente è anossico).E’ però facile anche immaginare le difficoltà che ci sono per raccogliere campioni in un contesto simile: oltre a quelle che possiamo intuire esistono ad esempio all’interno dei blue holes “nuvole” di acido solfidrico (altamente velenoso) prodotto dalle colonie batteriche e da altre reazioni che ivi si verificano. Inoltre, purtroppo, come molti altri ecosistemi interessanti, sono considerati a rischio: infatti alcuni di essi vengono usati come discariche e l’innalzamento del livello del mare minaccia il loro delicato equilibrio (immissione di acqua salata dall’alto rimescolerebbe l’intero blue hole distruggendo la particolare stratificazione chimica). Oltre a un grande lavoro di ricerca questi luoghi straordinari ne richiedono anche uno altrettanto importante di conservazione: c’è da darsi da fare!

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Dall’editore che ha pubblicato in Italia “Breve storia di (quasi) tutto” ecco un altro interessante libro che parla di scienza, clima e umanità.

Il libro di Fargan, antropologo all’università della California, parla di clima e di umanità ma con un approccio molto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare. Recentemente il clima è stato per mesi al centro dell’agenda di politici e media. Con il COP15 la mobilitazione, e quindi l’attenzione, per la questione è stata massima. Si è parlato di clima, di emissioni, di protocolli e gas serra dando per inteso che sia l’uomo ad agire sul clima, ma è davvero così?

Nel libro di Fargan, a metà tra il romanzo storico ed il meticoloso saggio scientifico, si legge di come molti dei grandi eventi della Storia, dall’espansione dell’impero di Gengis Khan alla caduta del suggestivo impero Khmer siano stati conseguenze del cambiamento climatico. La Storia, sembra voler dire Fargan, è uno spettacolo in cui l’umanità è attore principale con, alla regia, il clima.
Il libro è suddiviso in capitoli che trattano, di volta in volta, le diverse situazioni verificatesi in diverse aree del mondo e orientate a dimostrare come il periodo del Caldo medioevale abbia avuto ripercussioni globali, favorevoli per alcuni, come ad esempio le popolazioni del grande nord, devastanti per altri, Maya prima di tutto.

Fargan da anche ampia descrizione anche sui metodi che hanno permesso ai ricercatori di risalire al clima dei secoli passati. Coralli, alberi, limi, e più in generale, sedimenti, vengono studiati, scavati, analizzati ovunque nel mondo, lasciando talvolta il lettore sorpreso davanti alla precisione, e soprattutto alla globale coerenza, delle informazioni ricavate.

Fargan crea un libro affascinante e talvolta suggestivo pur trattando comunque di scienza. Ogni capitolo comincia con una breve parte romanzata utile, a mio parere, a coinvolgere ulteriormente anche il lettore meno interessato. Piccole pillole di scienza pura, come la spiegazione accurata, e forse un po’ involuta, di alcuni fenomeni metereologiche come el Nino, sono poi disperse qua e la nel libro dando così una buona comprensione di quanto succede ed è conosciuto del sistema Terra.

Da “Effetto Caldo” traspaiono quindi due considerazioni fondamentali: esiste una risorsa fondamentale per l’umanità troppo spesso sottovalutata, l’acqua. Il successo, la caduta, il destino di tutte le popolazioni, di tutta l’umanità sono sempre dipesi direttamente, o indirettamente, dalla disponibilità idrica. Fargan, come è già chiaro a molti, nell’ultimo capitolo dove da le sue considerazioni sulla situazione attuale si sofferma su questo punto lasciando intendere chiaramente come nel futuro prossimo l’acqua assumerà il ruolo ora recitato dal petrolio.
In secondo luogo l’altra considerazione fondamentale: lo sviluppo sostenibile e la capacità di adattamento sono essenziali. La storia, e questo libro parla del binomio storia dell’uomo-storia del clima, spiega chiaramente come, quando in una società si superi il punto critico di sfruttamento del suolo, delle risorse, dovuto molto spesso all’incremento del tasso demografico, si hanno due possibili conseguenze, guerre di conquista oppure implosioni nella società.

“Effetto caldo” è perciò un libro davvero piacevole che ricorda in alcune sue parti “Collasso” di J. Diamond (tra l’altro i due lavorano entrambi in California). Qua è la ci sono alcune grosse imperfezioni che lasciano un po’ interdetti, però resta comunque una validissima e davvero interessante lettura.

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