Articles by Marco

Ciao a tutti! Sono Marco, vengo da Verbania e ho 26 anni. Mi sono appena laureato in giornalismo scientifico con una tesi sul COP15 2010.
Il settore della scienza che m’interessa di più è quello delle scienze naturali (mi son laureato a PV nella triennale in scienze naturali) e l’antropologia. Mi piace molto sfruttare la mia creatività per questo lavoro in video e in foto oltre che, ovviamente, a scrivere, scrivere, scrivere!!!

Un saluto!

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Socialità in volo

Le grandi masse in movimento possono spesso lasciare sorpresi.

Quello che vedete in questo video è un grandissimo stormo di uccelli che volteggiava tra la stazione di Milano centrale ed il Pirellone.

Come potete vedere, e forse intendere, si tratta di migliaia di animali che, forse spaventati da qualcosa, hanno cominciato a muoversi in sincrono nel cielo di Novembre creando una serie continua di figure.

È stato sorprendente rimanere a fissare per interi minuti questi animali ma soprattutto i milanesi che rimanevano letteralmente a naso in su per minuti interi sorpresi di quello strano spettacolo.

L’effetto dello stormo è forse lo stesso sui predatori. L’utilità infatti del muoversi in grandi gruppi ha proprio questo vantaggio: lascia interdetto, se non addirittura spaventato, chi osserva.

Per un piccolo animale muoversi da solo per il proprio habitat può esser davvero pericoloso, dietro ogni angolo può nascondersi infatti un predatore pronto a scatenare tutta la sua abilità e le sue armi, nonché milioni di anni di evoluzione serrata proprio nel settore della caccia.

Perché allora non muoversi in gruppo?

Il movimento collettivo di più animali porta infatti ad un primo vantaggio, la “diluizione del rischio individuale”. In pratica se cinquanta animali si muovono insieme ognuno di loro avrà 50 volte meno la probabilità di essere catturato da un predatore proprio perché ogni individuo può contare sulla possibilità che ad esser catturato sia un suo vicino e non lui.

In più poi c’è un altro importante fattore: il singolo individuo pur prestando la massima attenzione e circospezione può comunque controllare un minima parte dell’ambiente circostante. Se a controllare invece sono più animali allora si ha una maggiore probabilità di accorgersi prima del pericolo perché ognuno cura una piccola parte di habitat e appena scorge qualcosa scappa dando l’allarme anche agli altri che non stavano guardando dove osservava lui.

Il rischio di essere predati insomma si abbassa stando in gruppo.

C’è poi la questione movimento, quella da cui ho preso spunto per cominciare questo articolo. Quando più animali si muovono insieme lasciano in chi osserva una sensazione di sorpresa e di indecisione: su quale animale punto?

In più poi, e la cosa non è da poco, i gruppi di animali talvolta usano assumere delle forme molto compatte che all’occhio di un predatore possono apparire come minacciose. Se poi si moltiplica il pericolo che comporta la caccia per il numero di prede su cui puntare, bhé il grande numero può essere un valido effetto dissuasore. Avete mai visto uno sciame di api? Io sì e la prima cosa che ho pensato è stata “porcazza, se ci finisco dentro son guai grossi”. Lo stesso può valere per un falco pellegrino o per uno squalo.

L’insieme fa la forza quindi e difatti d’esempi ce ne sono tanti: dalle grandi migrazioni degli gnu, a quelle delle rondini, ai banchi di sardine dell’oceano, sino alle stesse manifestazioni di piazza in cui più è grande il numero dei partecipanti, maggiore sembra esser l’adesione sociale al determinato messaggio. Esempio principe son i cortei dei sindacati cui il giorno dopo corrisponde sempre la solita guerra di cifre tra organizzatori, che tendono al rialzo, e detrattori, che tendono al ribasso.

Tuttavia si potrebbe però fare un’errore pericoloso e potenzialmente letale: pensare che più il gruppo è numeroso meglio è.

In realtà anche la vita di gruppo ha i suoi inconvenienti, e non si parla di cose da poco. La prima, e per certi aspetti la peggiore, è che nel gruppo le malattie hanno un’incidenza molto maggiore.

Prendiamo ad esempio l’animale a noi più conosciuto: noi stessi.

La civiltà umana è una storia affascinante fatta di grandi scoperte, avventure ma anche terribili disastri. A questa voce rispondono senza dubbio anche le epidemie.

Peste, influenza, vaiolo, colera, tifo…sono solo alcuni dei nomi di grandi epidemie del passato e dove più hanno colpito queste? Nelle città. Pensate ad esempio ai “Promessi sposi” di Manzoni, che più o meno tutti sarete stati obbligati a leggere a scuola. La peste dove colpisce? A Milano, una delle più popolose città del periodo e perché? Un miliziano spagnolo ammalato diffonde la malattia ed in breve ecco che Milano si svuota e sui carri le salme si sostituiscono alle merci.

Maggiore è la densità di individui è più facile sarà per un parassita trovare un ospite. Nel caso poi degli insediamenti umani oltre al numero di abitanti c’è poi l’aggravante delle condizioni igieniche e della condivisione degli spazi con gli animali domestici, “fornitori ufficiali” di parassiti da qualche migliaio di anni.

Oltre a questo c’è poi un altro importante fattore negativo: nel gruppo c’è maggiore competizione per riprodursi. Più maschi vogliono dire più lotta per accaparrarsi una femmina ed assicurare al proprio DNA un futuro, per quanto nebuloso possa essere. Più lotta vuole anche dire un maggiore rischio ad esempio di ferirsi o di morire, anche se di solito non si arriva a questo punto.

Ci sono poi due altri fattori molto interessanti da considerare.

Prima di tutto 50 animali sono, di norma, più visibili di un singolo individuo. Con questo voglio dire che certamente in un gruppo si è più al sicuro ma ci si espone anche ad un numero medio di attacchi maggiore. Quindi essere solitari potrebbe poi non esser così pericoloso.

Secondo, se il gruppo è troppo numeroso si viene a creare una situazione di confusione tale da annullare l’effettivo vantaggio della vita di gruppo in termini di allarme. Pensate ad esempio al fatto che la calca è una delle principali cause di morte dei raduni umani e di solito la calca si crea a causa di un concetto confuso di allarme. Qualcosa, non si sa bene cosa, succede. Viene percepita come minaccia. Migliaia di persone si spostano e tra queste, purtroppo, alcune non sopravvivono schiacciate dalla calca.

Non so dirvi se dopo che avrete letto questo articolo guardere in modo diverso lo stormo di uccelli che vola intorno al Pirellone, ma posso dirvi che mentre io lo guardavo lo percepivo non come un’insieme confuso di animali, ma come il prodotto di centinaia di migliaia di anni di evoluzione comportamentale, e non ho potuto che rimanerne affascinato.

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E’ uno degli eventi più drammatici della mitologia ma anche tra quelli più plausibili, il diluvio universale si è davvero verificato e dove?

Dei grandi e tragici eventi del passato molti hanno davvero un fascino sinistro. Tra eruzioni di vulcani a incenerire intere città, Pompei ed Ercolano sono i più celebri esempi, terremoti, tsunami, siccità infinite e alluvioni spaventose la mitologia ha trovato ampio spazio e così storie accadute migliaia di anni fa sono ancora vive in noi come se fossero accadute ieri e, in momenti come quello attuale di grande attenzione ai cambiamenti climatici, gettano un po’ di ombra sul nostro futuro.

Ma quanto c’è di vero in queste leggende?

Il diluvio universale è una delle prime grandi catastrofi che hanno visto coinvolta l’umanità. La storia, anche per chi a catechismo era un po’ distratto, è celebre. Dio decide di affogare un’umanità corrotta salvando solo un prescelto e la sua famiglia, Noé, cui impone di costruire una grande nave, l’Arca, per mettere in salvo sé, la sua famiglia e una coppia, maschio e femmina, di ogni animale, con cui poi ripopolare il mondo. Una volta finita l’Arca la furia di Dio ha inizio. Le acque salgono e l’umanità scompare mentre la grande nave procede alla deriva verso l’orizzonte. L’Arca poi si andrà ad arenare lontano, alcuni sostengono sulle pendici del monte Ararat, nella Turchia orientale, e da quei sopravvissuti, secondo il mito, ebbe origine l’intera umanità.

Chiaro che per noi che parliamo di scienza si possa trattare solo di un mito. Le ricerche genetiche di Cavalli – Sforza, la teoria dell’Eva mitocondriale, i reperti trovati nell’Africa centro orientale e gli studi di migliaia di antropologi, ci dicono come l’umanità derivi invece da un piccolo gruppo di ominidi che usciti dall’Africa colonizzarono progressivamente tutte le terre emerse con un percorso di diverse decine di migliaia di anni. Resta però un fatto: il diluvio in sé potrebbe essersi verificato per davvero?

Forse quello che successe 5600 anni sulle coste del mar Nero e che è stato scoperto dagli studi di due ricercatori, Walter Pitman e William Ryan, che hanno studiato le linee di costa del mar Nero, i depositi sedimentari ed i resti di piccoli animali ritrovati nei carotaggi, potrebbe, causa la sua incredibile potenza, aver sconvolto chi vi assistette portando così alla nascita del mito, del diluvio universale.

Vicino allo stretto del Bosforo, nella parte della Turchia che più si avvicina alla Grecia, si trova il mar di Marmara, uno specchio d’acqua intermedio tra due mari più grandi e molto diversi: il Mediterraneo ed il mar Nero. Questo, chiamato anche Eusino, è un bacino molto particolare con diverse caratteristiche che lo rendono davvero curioso: una di queste è la sua origine, almeno in parte, glaciale. Durante le glaciazioni infatti l’area del mar Nero era probabilmente coperta da un grande ghiacciaio proveniente da Nord. L’enorme massa di ghiaccio doveva pesare milioni di tonnellate cosa che portò ad uno sprofondamento dell’area su cui si trovava. In questo modo si pensa che sia nato il profondo bacino del mar Eusino. Quando il ghiacciaio, durante una fase interglaciale, cioè di riscaldamento climatico, si ritirò le sue acque di fusione finirono in massa nella vasta depressione che prima occupava, inondandola. Dove si trovava un grande ghiacciaio ora c’era un grande lago d’acqua dolce in crescita costante. La continua fusione dei ghiacciai a nord portò il lago a riempirsi sempre più fino ad arrivare in contatto con il mar di Marmara, rispetto cui si trova sotto di circa 150 m, e così al Mediterraneo. Il lago era diventato un mare. Per circa 2000 mila anni ci fu un flusso continuo di acque: quella dolce dell’Eusino scorreva a Sud mentre quella più salata del Mediterraneo finiva a nord, proprio attraverso il mar di Marmara. Quando però il clima cambiò ancora, o forse ci fu una diminuzione del flusso di acqua dolce dalle calotte glaciali, si arrivò ad una situazione critica: a causa della grande estensione del mare e della poca acqua in ingresso evaporava più acqua di quella che entrava. Il livello del mar Nero cominciò così a scendere. Il canale che lo metteva in comunicazione con il mar di Marmara lentamente s’interrò fino a scomparire. Il mar Nero era tornato ad esser un lago. Le cose non cambiarono, l’evaporazione continua e molto elevata continuò a far diminuire il livello del lago. Mentre il lago si ritirava sulle sue sponde venivano a scoprirsi terreni molto fertili che furono in breve colonizzati dagli uomini del tempo spinti dalla siccità a monte a cercar fortuna a valle. I raccolti erano probabilmente abbondanti e le acque del lago garantivano risorse in quantità. Le coste del lago si popolarono sempre più ed i secoli passarono cosicché la memoria di cosa quelle sponde fossero in precedenza si perse.

Il minimo livello raggiunto dal mar Nero

Tuttavia qualcosa stava per succedere.

Il clima cambiò nuovamente ed il collasso della calotta Laurentide, in nord america, portò ad un importante aumento del livello sia dell’oceano che, soprattutto, del Mediterraneo. Questo fece sì che il livello delle acque arrivò a lambire la diga naturale che si era creata tra il lago Eusino ed il mar di Marmara. La pressione sempre maggiore, o forse anche un evento occasionale come un terremoto, portarono alla rottura della diga. Doveva essere uno spettacolo incredibile: una grande cascata si creò dove prima c’era forse una parete di roccia alta quasi 200 metri che si apriva davanti ad un canyon. Le acque salate si gettarono così di nuovo con furia in quelle dolci dell’Eusino, scavando un canale profondo anche un centinaio di metri in cui ancora oggi scorre un grande fiume subacqueo d’acqua dolce (vd. http://www.telegraph.co.uk/earth/environment/7920006/Undersea-river-discovered-flowing-on-sea-bed.html).

Fu un disastro: un immenso e rapido diluvio distrusse la zona. Le acque del lago crescevano rapidamente, si pensa anche di diversi cm al giorno, ed i pesci morivano a frotte a causa del rapido aumento di salinità delle acque, che forse, così, divennero anche meno potabili.

L’acqua sale, i pesci muoiono, le città scompaiono e tutto con una furia mai vista. Non è difficile ipotizzare che gli uomini del tempo, terrorizzati, pensarono ad una vendetta divina. In 2 anni, forse, quello ch’era stato un grande lago d’acqua dolce, la casa di migliaia di persone, divenne un mare salmastro, il mar Nero.

Così ebbe fine un lago.

Così iniziò un mito: quello del diluvio universale.

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Diamond porta luce sugli ultimi 13 mila anni d’umanità

Buongiorno a tutti. Questa è la recensione di un libro che credo dovrebbe essere la bibbia di chiunque studi etnologia, antropologia e storia antica. Un libro che secondo me dovrebbe esser di compendio a tutti i corsi di scienze delle scuole superiori. Sto parlando di “Armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond ornitologo dell’università della California che dopo anni di studi in giro per il mondo ha deciso d’intraprendere anche la carriera di divulgatore scientifico. Una scelta azzeccata.

Ma andiamo al dunque, perché bisognerebbe leggere questo libro?

Prima di tutto perché leggendolo si può capire molto del mondo di oggi e del passato. Infondo la storia non è che l’impalcatura su cui si costruisce il futuro. Immagino che anche a voi sarà capitato di farvi delle domande sull’umanità. Non tanto le metafisiche “perché siamo qui?”, “cosa siamo?” ecc. ma roba un po’ più spiccia e, forse, più utile, tipo “perché in fin dei conti gli europei hanno conquistato tutti gli altri popoli del mondo?”. Non so voi, ma io quando studiavo storia rimanevo sempre impressionato dalla magnificenza delle grandi civiltà precolombiane, Inca e Aztechi soprattutto.  Immaginare che questi grandi imperi che avevano città popolose come quelle europee siano caduti per mano di un centinaio e poco più di rozzi conquistadores spagnoli mi ha sempre lasciato impressionato. Se si pensa poi al fatto che sempre questi grandi imperi passati avessero incredibili conoscenze astronomiche e ingegneristiche ma non conoscessero l’uso della ruota mi lasciava ancora più sorpreso. Bene, leggendo l’opera di Diamond si potrà capire tutto questo, e molto altro ancora, con grande chiarezza e immediatezza.

Il libro è ben scritto, fluido e ricco di esempi, curiosità e aneddoti dei viaggi di Diamond. Talvolta l’attenzione cala perché in alcuni parte la densità delle nozioni e dei concetti si fa molto alta e quindi porta ad un pericoloso incremento della soporosità. Di contrasto però leggendo “Armi, acciaio e malattie” non si potrà non rimanere estasiati davanti al fantastico film cui si assisterà.

Dalle righe di Diamond uscirà infatti un fiume di vicende antiche, di uomini d’un tempo lontano che varcarono gli oceani colonizzando la Polinesia, le Americhe, che combatterono tra loro conquistandosi vicendevolmente. Li si vedrà scoprire l’agricoltura, il metallo, creare e distruggere civiltà nel susseguirsi dei secoli lasciando tracce indelebili su quel guazzabuglio di affascinanti contrasti da noi chiamato umanità.

Un libro davvero molto affascinante.

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La comunità europea propone di tagliare gli aiuti economici al settore dell’estrazione del carbone

Sono tempi difficili per il settore dell’energie tradizionali. Due devastanti incidenti nel settore petrolifero (dopo il disastro del Golfo del Messico si è verificato pochi giorni fa un altro grave incidente in Cina) hanno ulteriormente messo in cattiva luce questo settore dell’industria mai come forse dai tempi della Exxon-Valdez, messo in dubbio. Oltre a questo la notizia che viene da Bruxelles potrebbe mettere la parola fine ad un altro settore dell’energia tra i più tradizionali e antichi: il carbone, fratellone del petrolio nella famiglia “Energia”. Joaquin Almunia, commissario europeo per la concorrenza, ha infatti proposto il taglio degli aiuti comunitari al più tradizionale settore dell’energia, quello su cui si basò la nascita nel 1951 a Parigi della Comunità del Carbone e dell’Acciaio (CECA), la nonna dell’odierna Comunità Europea.

Che il business del carbone europeo fosse un barone tutt’altro che rampante era noto ai più, ma che questo nobile decaduto abbia, dal 2003 al 2008, succhiato dalle casse europee la bellezza di circa 26 miliardi di Euro in aiuti è cosa abbastanza sorprendente per diversi motivi. Il primo di questi, e forse il più noto a tutti, é la sua poca modernità. Il carbone infatti è tra tutte le materie prime usate per produrre energia elettrica quella più vecchia e soprattutto meno pulita. In un contesto di radicale, e forse epocale, cambiamento e riorientamento a tecnologie più recenti e meno inquinanti, pagare 26 miliardi di euro per tenere in piedi questo vecchio carrozzone inquinante lascia abbastanza perplessi. Il carbone infatti ha due grossi problemi a livello d’inquinamento: le elevate emissioni collegate al suo consumo (l’uso del carbone libera una grande quantità di anidride carbonica) e alla sua estrazione a cui è anche collegato un’importante degrado ambientale nonché un elevato costo di vite umane sia direttamente – tra gli incidenti più frequenti ci sono proprio quelli nelle miniere di carbone che una volta in Belgio, noi italiani dovremmo avere ancora memoria dell’8 Agosto ’56, Marcinelle, ora in Cina, Russia e Ucraina soprattutto costano la vita ogni anno a centinaia di minatori – che indirettamente – i minatori sono tra le categorie di lavoratori che presentano il più alto tasso di tumori soprattutto all’apparato respiratorio.

In secondo luogo, parlando di soldi, il settore del carbone europeo è tutt’altro che competitivo nei mercati mondiali. I tempi in cui Belgio e Germania fondavano parte della loro ricchezza su questa risorsa sono oramai lontani. Attualmente infatti i due più grandi esportatori mondiali di carbone sono Australia e Indonesia che esportano in gran parte in Asia dove paesi come Giappone, Corea del Sud e Taiwan divorano da soli più del 54% delle importazioni totali nel Sol Levante che corrispondono all’esorbitante cifra del 70% sul totale mondiale.  Il primo paese europeo come importazioni è la Germania con un piccolo 7% da cui però ricava circa il 40% dell’energia elettrica. Non sorprende quindi la freddezza con il quale Angela Merkel ha accolto la notizia. Curioso tra l’altro perché la Germania è tra i paesi europei che più ha investito sul binomio pulito-rinnovabile.

C’è poi un altro fattore di non poco conto: la competitività. Il carbone infatti fino a non poco tempo fa era il combustibile fossile più economico. Usare il carbone costava poco e quindi conveniva. Tuttavia ora questo primato è condiviso, chiaramente qui dipende da paese a paese, con i gas che in più hanno una minor ricaduta sull’ambiente. I grandi operatori energetici per questo motivo hanno sempre più investito sui gas. Questo si è verificato soprattutto in europa dove il gas ha con il tempo sottratto molto mercato al carbone.

Per la gloriosa industria del carbone europea si prospetta quindi un fosco futuro, escludendo forse Polonia e, in piccola parte, Serbia, paesi che nel carbone potrebbero trovare un’ulteriore risorsa alla crescita economica che le ha investite da qualche anno, è ipotizzabile una progressiva chiusura delle poche miniere rimaste attive. Che si tratti di pensionamento anticipato o eutanasia industriale non ha molta importanza, chiaro invece come, anche dopo i recenti problemi economici che hanno interessato buona parte dei paesi dell’Unione, raggranellare qualche miliardo di euro privilegiando più efficenti e pulite risorse energetiche non sia una scelta poi così discutibile quantomeno per noi europei.

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