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Eccomi con le mie domande: la prima, che al mio solito fa poco riferimento alla teoria e molto alla pratica: come si stabilisce la percentuale di DNA codificante? Riformulo: mi è chiaro (vabbe’, ci siamo capiti) come scopro che un pezzo di DNA rappresenta un gene: scopro quale proteina viene prodotta da quella sequenza quando passa in un ribosoma. Ma se sono così bravo da calcolare il rapporto basi-codificanti/basi-totali, significa che pretendo di conoscere *tutte* le sequenze codificanti di un certo genoma: come si fa una cosa del genere? Cioè, come si riesce a “dimostrare” che non ci sono altre sequenze codificanti fra il DNA che non sono riuscito ad associare ad una proteina?
Sia chiaro, la mia non è una domanda filosofica à la “ma come possiamo mai essere sicuri che…”, bensì una domanda tecnica e specifica: al di là dell’affidabilità “filosofica” del metodo, qual è il metodo con cui si discriminano le sequenze codificanti da quelle che non lo sono?Poi ho una domanda forse più teorica. L’ipotesi che il DNA non codificante possa fare da “parafulmine” per le mutazioni, presuppone che il tasso di mutazione non dipenda dalla lunghezza del DNA. E’ davvero così? Non potrebbe invece darsi che il tasso di mutazioni è proprio proporzionale alla lunghezza del DNA (dopotutto, uno potrebbe dire, se ho più basi nella mia sequenza, aumento anche il numero di possibili errori che posso commettere nella replicazione). Bisognerebbe forse distinguere fra mutazioni da “errori di trascrizione” (e questi, da ignorante, direi che sono proprio proporzionali alla lunghezza del DNA) da altri tipi di mutazioni (ad esempio da interazione con radiazione, che mi verrebbe da dire essere proporzionali, a parità di condizioni, e in prima approssimazione, alla radice cubica della lunghezza, per questioni puramente dimensionali). Ci sono studi, a riguardo?
Grazie, e complimenti per gli spunti di riflessione!
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Sulla prima domanda… semplicemente fantastico! Iper-esauriente e… esattamente il contrario della noia! — come sempre, del resto :)
Man mano che li citavi, mi sono ricordato di aver letto di introni, codoni di inizio-fine, etc… rimango sempre sbalordito dalla complessità molecolare della vita!Sulla seconda domanda.
La mia idea sulla radice cubica della lunghezza era… una fesseria. Ho scritto di fretta senza formalizzare il mio ragionamento, ma a farlo ora, rispondendoti, è emersa tutta la sua inconsistenza. Prima di tutto avevo in mente un’unico tipo di agente esterno, le radiazioni ionizzanti (deformazione professionale…) e non avevo pensato addirittura ai virus o ad altri fattori fisico-chimici. Ebbene: una mutazione da radiazione ionizzante, mi figuravo, sarà proporzionale, a fissata intensità di radiazione, al volume della molecola che subisce la mutazione (ma già qui ci sarebbe da ridire: forse la proporzionalità non è col volume, ma con la superficie esposta). A quel punto, invece di pensare che il volume della catena fosse banalmente la somma dei volumi delle basi (e dunque direttamente proporzionale alla lunghezza), ho pensato che il volume fosse proporzionale alla radice cubica della lunghezza: mi sono figurato il problema di calcolare il volume di un gomitolo di lana come funzione della lunghezza del filo, ma non so bene cosa deve essermi passato per la testa, perchè il volume del gomitolo, così come il suo peso, è *proprio* direttamente proporzionale alla lunghezza. Insomma, una cagata pazzesca. Se invece la proporzionalità fosse con la superficie esposta e non col volume, e se potessimo approssimativamente considerare DNA come ripiegato in forma pseudosferica, allora la superficie sarebbe proporzionale alla lunghezza della catena elevata alla due terzi (alla due perchè la superficie della sfera è proporzionale al quadrato del raggio, e l’un-terzo perchè il raggio è la radice cubica del volume, che abbiamo detto essere proporzionale alla lunghezza del DNA). Ma il DNA non è una sfera e le sorgenti di mutazioni non sono solo le radiazioni ionizzanti (e su scala molecolare non ho affatto idea se l’effetto delle radiazioni sia proporzionale alla superficie della macromolecola…).Però mi restano tutti i dubbi sul fatto che il junk-DNA possa ridurre le probabilità di mutazioni su parti codificanti. Provo a rigirare la tua affermazione finale per farti capire il mio punto: se, data una mutazione, ho il 98,5% di probabilità che non tocchi una zona codificante (perchè il 98,5% del DNA non è codificante) allora posso anche dire che la probabilità che *ci sia* una mutazione è il 98,5% in più che se il DNA fosse costituito soltanto dalla sola parte codificante. Cioè, come dicevo, se il tasso di mutazione è proporzionale alla lunghezza del DNA, un DNA ben diluito con junk-DNA ha sì più probabilità di ricevere mutazioni nel junk-DNA, ma ha anche molta più probabilità di subire una mutazione e forse le due cose, statisticamente, si bilanciano perfettamente.
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> non permetterebbe l’evoluzione
Be’, qui apri un nuovo fronte: l’evoluzione (intesa in senso stretto come sopravvivenza differenziale in una popolazione variegata) può essere essa stessa un tratto soggetto a evoluzione? Ma non dirò niente, non ho un’idea chiara in merito…
Aggiungo solo una considerazione/domanda tecnica: so che il tasso “reale” di mutazioni sarebbe di gran lunga (addirittura qualche ordine di grandezza?) maggiore di quello che si osserva perchè esistono meccanismi *attivi* di riconoscimento e correzione di questi errori. Che tu sappia, questi meccanismi sono capaci di agire solo sulla parte codificante del DNA o sono piuttosto generici? Altra domanda forse più interessante per la questione: questi meccanismi sono gli stessi in tutte le specie oppure specie più “evolute” hanno fatto in tempo ad evolvere più o più efficaci meccanismi? Esistono tabelle analoghe a quelle sulla densità genica che mettono a confronto il “potere correttivo” in diverse specie? E se sì, c’è una qualche correlazione con la densità genica? La cosa potrebbe rispondere, o almeno suggerire indicazioni per una risposta, alla nostra domanda sul ruolo di “parafulmine di mutazioni” del junk-DNA?
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Se il tasso di mutazioni [dovute a radiazioni etc etc] rimane costante, allora l’aumento di junk-DNA diminuisce la probabilità di mutazioni in “pezzi utili” di DNA proprio perché *non* ci saranno più mutazioni (avevamo ipotizzato che il tasso rimane costante).
Se invece aumentano anche le mutazioni, allora tutto sta nel capire quanto aumentano. Può essere in effetti che il tasso di mutazioni dipenda, sì, dalla lunghezza del DNA, ma forse non in modo lineare.







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