Cloning a gene….

Ok, rieccomi! So che aspettavate da tanto il mio ritorno. (certo certo, come no..). Allora, questo Post è dedicato ad un aspetto molto interessante della biologia molecolare di base, il clonaggio. Un clone è, come sapete, un organismo esattamente uguale ad un altro dal punto di vista genetico. Ora, per clonaggio io non intendevo quello che è stato fatto con la pecora Dolly (vi ricordate?), ma mi riferivo al clonaggio di singoli geni. Perché spesso per i ricercatori è molto utile avere grandi quantità di singoli geni, perché in questo modo è possibile sequenziarli o utilizzarli come sonde per studiarne l’espressione in tessuti o organismi. Oppure, per inciso, è anche possibile spezzettare il genoma di un organismo, clonare i singoli frammenti, e ottenere così le cosiddette librerie (library) nelle quali vengono conservati questi frammenti di DNA e utilizzati quando occorre; esistono diverse tipi di library, ma non è questo l’argomento del post.
Vi dicevo, appunto, clonaggio di geni. Per clonare un gene, ma è anche possibile clonare diversi geni contemporaneamente, possiamo sfruttare la potenza e l’efficienza di uno strumento di cui la natura già dispone, ovvero l’alta capacità replicativa dei microorganismi. Se noi, quindi, riusciamo ad inserire il gene di nostro interesse in un batterio od in un lievito e lo lasciamo replicare, otterremo molte copie del gene di partenza. Il problema è: come introduciamo questo gene? Alcuni microrganismi hanno la capacità di assumere DNA dall’ambiente esterno, ma è un processo raro e poco efficiente, senza contare che, se non si inserisce nel cromosoma batterico, non verrà tramandato alla progenie, rendendo il clonaggio impossibile. Vengono così utilizzati dei vettori (sempre delle molecole di DNA) in cui inizialmente si inserisce il gene di interesse, e secondariamente si fa in modo che questo vettore venga assunto dal microorganismo. Cosa cambia, direte voi, inserire il gene singolarmente dall’inserirlo come parte di una molecola di DNA più grande? Cambia eccome, e ora vediamo il perché.

Esistono diversi tipi di vettori, qui ci concentreremo sui più utilizzati, ovvero i plasmidi. Un plasmide è una molecola di DNA circolare extracromosomiale naturalmente presente all’interno di alcuni batteri. Può avere dimensioni variabili e solitamente non è indispensabile al batterio, ma è in grado comunque di dare alcune capacità aggiuntive come ad esempio la resistenza ad alcuni antibiotici, la capacità di metabolizzare substrati particolari ecc. Viene replicato ad ogni divisione cellulare grazie alla presenza di una sequenza, detta origine di replicazione, riconosciuta dalle DNA polimerasi batteriche. In questo modo il batterio si assicura che la sua progenie avrà lo stesso plasmide. Capite, vero, il significato evolutivo di questo processo?

I ricercatori sfruttano questo potente mezzo per clonare i geni di interesse. I plasmidi utilizzati di solito sono sintetici e hanno una struttura simile:

plasmide1Come vedete, è una molecola circolare. Ma ha anche molte altre caratteristiche, fin più interessanti. Innanzitutto, come ogni buon plasmide che si rispetti, ha un’origine di replicazione, indicata come ori. Le frecce indicano la direzione del plasmide, ovviamente quella canonica 5’-3. La freccia nera è il sito multiplo di clonaggio (MCS) o polylinker. È una sequenza piena di siti di restrizione noti, ovvero siti in cui gli enzimi di restrizione tagliano specificamente il DNA. Questo è di cruciale importanza. Se noi vogliamo inserire un gene in questo plasmide, dobbiamo procedere al taglio dello stesso. Ma non un taglio a caso, assolutamente no! Deve essere un taglio specifico (uno e uno solo, altrimenti il plasmide non potrà più ricomporsi circolarmente). Inoltre le due estremità del plasmide libere, derivanti da questo taglio, non dovranno essere nette, come se fossero state tagliate da un paio di forbici (in gergo le estremità di questo tipo vengono chiamate Blunt, da non confondere col cantante!), ma sfalsate; per sfalsate significa che uno dei due filamenti del DNA sporge rispetto all’altro (è chiaro che se un estremità ha il filamento 5’-3’ sporgente, l’altra estremità avrà sporgente il filamento opposto), in modo che queste estremità possano riappaiarsi molto facilmente, vengono dette infatti sticky ends, ovvero appiccicose. Come mostrato in figura:

rdna_clip_image002_0003Ebbene Questo taglio ci serve per poter inserire nel plasmide il nostro gene di interesse. Quest’ultimo, a sua volta, dovrà avere le estremità adatte per poter legarsi al plasmide. Per ottenere questo si legano alle estremità del gene degli oligonucleotidi e li si taglia con lo stesso enzima di restrizione che si usa nel plasmide, in questo modo le estremità appiccicose sono complementari, e si potrà avere l’inserimento del gene nel plasmide. l’enzima di restrizione non deve però tagliare il gene in altri punti, ma solo alle estremità, per questo si deve fare molta attenzione agli enzimi di restrizione da usare (esistono dei programmi che individuano tutti i siti di restrizione presenti in una data sequenza, è meglio usarli per sapere se ci sono enzimi di restrizione che tagliano nel MCS ma non nel gene). Per far legare il gene con il plasmide, si utilizza un enzima chiamato Ligasi; la reazione si chiama di Ligazione.In teoria, voi direte, è finito qua; nel senso, noi inseriamo il gene nel plasmide, e non paghi di ciò inseriamo il plasmide ricombinante nei batteri(questo processo è chiamato trasformazione). Mettiamo i batteri a crescere, felici e contenti, su un terreno solido e otteniamo tantissime copie del nostro plasmide, e quindi del nostro gene. Già, peccato che c’è un piccolissimo ed insignificante dettaglio. Se facessimo solo così noi non avremmo la possibilità di distinguere i batteri che hanno assunto il plasmide da quelli che non l’hanno assunto (la trasformazione è un processo a resa piuttosto bassa), e per di più non riusciremmo a distinguere i batteri che hanno assunto il plasmide ricombinante da quelli che hanno assunto il plasmide senza il nostro gene (anche la ligazione non ha una resa del 100%, e alcuni plasmidi possono richiudersi su se stessi senza incorporare il gene). Come fare? Be, i ricercatori hanno risolto il problema molto elegantemente. Una delle cose più ammirevoli nella scienza è come gli scienziati riescano a trovare degli escamotage eleganti e raffinati per aggirare i problemi. Torniamo per un attimo a visionare la mappa del plasmide; vedete la frecciona indicata con ampicillin (Ampicillina in italiano)? L’Ampicillina è un antibiotico, quindi letale per i batteri; Bene, questo indica che nel plasmide è presente un gene (ampicillin, appunto) in grado di dare resistenza al batterio nei confronti di questo antibiotico. Questo gene viene detto marcatore di selezione, perché ci permette di distinguere i batteri che hanno assunto il plasmide, da quelli che non l’hanno fatto, perché i primi cresceranno anche i presenza dell’antibiotico, mentre i secondi no. Ok, benissimo, ma non basta; non possiamo ancora distinguere i batteri con il plasmide ricombinante da quelli con il plasmide originale (senza il gene). Qui il discorso si fa complesso, ma estremamente interessante. Ritorniamo a vedere la mappa del plasmide. Nel sito multiplo di clonaggio è indicato LacZ. Questo LacZ è un gene (uno dei responsabili della metabolizzazione del lattosio nei batteri) che codifica per un enzima, la B-galattosidasi. Se il plasmide ha ricombinato con il gene, quest’ultimo si è andato ad inserire nel bel mezzo del gene LacZ, inattivandolo (perché il gene, ricordiamolo, si inserisce all’interno del sito multiplo di clonaggio) Come facciamo però a verificare se questo è avvenuto o meno? Semplice, nel terreno di coltura dove i batteri vengono fatti crescere, oltre all’Ampicillina (in questo caso, ma esistono anche altri antibiotici verso i quali si può indurre una resistenza) aggiungiamo non il lattosio, bensì l’X-Gal. Questa molecola viene riconosciuta dalla B-galattosidasi e metabolizzata. Quando viene metabolizzato, l’X-Gal rilascia un gruppo cromogeno in grado di dare una colorazione blu. Quindi, ricapitoliamo: se il batterio cresce in presenza di antibiotico, vuol dire che ha assunto il plasmide. Se la colonia risultante sarà di colore Blu, vuol dire che il gene LacZ funziona ancora e che quindi il gene di interesse non è stato incorporato nel plasmide. Se invece cresce una colonia bianca, vuol dire che LacZ è stato inattivato dal gene di nostro interesse. Questo metodo viene detto selezione blu/bianco. Per essere precisi, oltre all’X-gal è necessario aggiungere ai batteri anche un’altra molecola, chiamata IPTG, in grado di favorire l’espressione del gene LacZ. Quindi, quando, dopo l’incubazione dei batteri (dopo la trasformazione), tiriamo fuori le piastre e diamo un’occhiata, potremo farci un’idea delle colonie ricombinanti da quelle non ricombinanti in base al loro colore, ricordo infatti che una colonia deriva da una singola cellula progenitrice, quindi siamo sicuri che tutte le cellule di una colonia sono uguali tra di loro.Questo è uno dei tanti metodi possibili. Probabilmente è il più famoso, o, se non lo fosse, è se non altro quello che ho usato in laboratorio, quindi quello che vi so spiegare con più sicurezza.Come dicevo, i plasmidi non sono gli unici vettori disponibili. Sono i più facili e più economici da usare, ma hanno lo “svantaggio” di avere una piccola capacità, nel senso che non sono stabili con inserti troppo grossi. Quindi, in caso volessimo clonare il genoma di un animale o di una pianta, risulterebbero un po’ scomodi. Ci sono altri vettori, più adatti a questo genere di esperimenti: i cosmidi, gli YAC e i BAC. Degni di nota sono anche i fagi, ovvero dei virus che possono essere usati come vettori. Forse mi occuperò di loro in prossimi post, oppure c’è sempre la mitica Wikipedia, anche se consiglio quella inglese.
Per curiosità, il laboratorio che ho fatto, prevedeva il clonaggio di un gene: l’angiopietina2 umana. Questo gene codifica per una proteina omonima che è stata associata (e da qui il nome) alla formazione di nuovi vasi sanguigni, pertanto estremamente importante nello sviluppo di alcuni tumori. Abbiamo usato come un ceppo di Escherichia coli come batteri. La mappa del plasmide utilizzato è quella che ho postato.

Come sempre, se avete domande, precisazioni, correzioni da fare, io sono qui! Ciaoooo!

 

Tags:

  1. hronir’s avatar

    Fantastico!
    Però voi bravissimi scienziati la fate sempre facile, quando spiegate: e il gene è fatto così, e lo taglio cosà, e perchè poi si attacca di lì, e posso leggerlo per cosà…
    E’ tutto bellissimo (e la mia bocca si fa sempre aperta in estasi reverenziale) ma io mi chiedo, ogni volta: non si sta mica giocando con i lego! Cioè, mica si può prendere in mano una sequenza di DNA come fosse una catena del rosario e scorrere base dopo base e – zac! – tagliare proprio lì…
    Cioè, ok, mi dite che ci sono questi enzimi fantastici e miracolosi: ma voi, esseri immensi di dimensioni fantasmagoriche, come fate, concretamente, visivamente, apparentemente, a giocare con quei lego nanometrici?

    Insomma, fuor di retorica: in che stato disponete del materiale ribonucleico? In soluzione (acquosa)? Dove lo tenete? In fialette? Tipo che avete delle fialettine con un’etichetta del tipo “soluzione acquosa con DNA di sequenza GATT[...cut...]TCCA in concentrazione XYZ molare”? Ma in tali soluzioni le catene ribonucleiche non si “sfaldano”? O forse avete soluzioni “generiche” con molto materiale genetico di vario tipo (i.e. in diverse possibili sequenze, nemmeno “fisse”) e poi quando volete lavorarci su vi preoccupate di usare enzimi che agiscono solo sulle catene di cui volete occuparvi?

    E a proposito di enzimi: quando volete “tagliarlo proprio lì”, cosa fate: avete un’altra fialetta con l’etichetta “enzima A-B-C-D-asi in soluzione acquosa”? E poi cosa fate: mischiate il contenuto delle due fialette, la date al vostro shaker di fiducia, e “sapete” che il risultato saranno proprio le catene della prima fiala tagliate come l’enzima della seconda fiala comanda?

    E poi? Prendete una terza fiala con scritto “colonia estiva batteri B” e ci versate dentro la fiala shakerata?

    Insomma, se uno si affacciasse al vostro laboratorio senza sapere cos’è una catena di DNA, cos’è un enzima, cos’è un batterio, e vi osservasse per giorni e giorni, e poi scrivesse un bel tema: cosa ci racconterebbe?

    Ah, be’, poi, dimenticavo: complimenti per la trasmissione!!!

  2. caronte87’s avatar

    Hronir..ti prego, se non lo sei..diventa uno scienziato/a perchè saresti molto bravo/a. se lo sei o lo diventerai (come io spero un giorno di fare)..sono contento

    ci ho messo un po’ a scrivere una risposta che fosse degna delle tue domande, e non sono sicuro di esserci riuscito.
    guarda, quello che scrivo, appunto, in teoria è tutto bello e pulito e lineare, ma a farlo… a farlo è un’altra cosa! Sai benissimo che qualcosa può andare storto, e probabilmente lo farà! Si hanno poche certezze.
    Non trattiamo il DNA come fosse un Lego, (anche se questa del lego è un’analogia che per certi versi potrebbe funzionare) e la cosa bella (e ovvia) è che tu non lo vedi, e questo ha spinto ha trovare molti metodi per verificare se ciò che stai facendo è corretto.
    Sappiamo che gli enzimi di restrizione riconoscono determinate sequenze, ma non abbiamo la certezza che lavorino come vorremmo noi.. spesso capita che l’enzima non funzioni correttamente (magari è stato conservato male), oppure non riesca a trovare la sequenza adatta (magari perchè è nascosta). Petanto
    quando misceliamo la soluzione contenete il DNA con quella contenente gli enzimi non tutto va come uno vorrebbe.
    Molto spesso in laboratorio si lavora con soluzioni, di solito acquose, ma non solo. E’ molto importante sapere calcolare concentrazioni, perchè è fondamentale mettere le giuste quantità di reagenti nelle corrette proporzioni. Inoltre gli ordini di grandezza che in laboratorio vengono
    utilizzati spesso sono microgrammi al microlitro (lo so che è come dire milligrammo al millilitro, ma in laboratorio è più comodo restare a queste
    dimensioni), o nanogrammi al microlitro. Visto che è impossibile prelevare 100 nanogrammi (ad esempio), si ricorre alle diluizioni di una soluzione concentrata, fino a ottenerne una con le concentrazioni adeguate.
    il DNA si tiene in provettine, solitamente chiamate eppendorf (ma le eppendorf, in laboratorio te le ritrovi dappertutto..non solo per il DNA).
    E’ bene conservarlo dentro del ghiaccio per evitare che si denaturi o si degradi. anche gli enzimi è bene conservarli dentro del ghiaccio.
    per ricavare il DNA, beh..ci sono diverse strade, o te lo ricavi tu, oppure sicuramente alcune aziende sono in grado di sintetizzare i geni diinteresse.
    Se tu inoltre sai con che gene stai lavorando, ma non ne conosci la sequenza, ci sono diverse banche dati che pubblicano su internet le sequenze già ottenute e studiate. Altrimenti sei costretto a sequenziarlo. Una volta che l’hai sequenziato puoi vedere, sempre attraverso queste banche dati, se
    sono presenti delle sequenze simili nel genoma di altri organismi.

    Insomma, il succo della questione è, ci sono tanti metodi per lavorare, alcuni ingegnosissimi, ma mai nessun metodo è perfetto, ci sono sempre mille e più modi con cui l’esperimento può andarti storto… e, come dice la mia professoressa di biochimica, se ottieni dei risultati perfetti, fai attenzione che hai sicuramente sbagliato qualcosa! E’ anche questo il bello e contemporaneamente la maledizione del laboratorio… non sai mai cosa ti capiterà..

    quindi al contrario di quanto sembra da quello che scrivo.. non è affatto tutto così cristallino,..per ovvi motivi però, anche rischiando di banalizzare un po’ i concetti, devo cercfare di essere il più chiaro possibile.. anche se non guasterebbe, credo, soffemmarsi di più sugli aspetti più “rognosi” degli esperimenti..

    e poi, la tua domanda finale.. beh.. davvero, non ci avrei mai pensato se non me lo avessi chiesto tu.. probabilmente scriverebbe come gli scienziati siano dei poveri tapini che si domandano come mai un esperimento non è andato come avrebbe dovuto.. o come dei poveri studenti piangano quando scoprono che il loro plasmide non ha ricombinato..(per fortuna non mi è successo…)..
    ma non è solo delusioni.

    davvero.. il tuo commento è stupendo..ti faccio i miei complimenti. se hai altre domande, ti prego: falle! se hai altri commenti scrivili..

  3. hronir’s avatar

    Ehi, ehi, piano, i complimenti li ho fatti prima io, non copiamo! :)
    Poi, vediamo se riusciamo ad andare un po’ in ordine…

    Primo: in realtà sono proprio uno scienziato, fatto e finito (nel senso che ho smesso di farlo, concretamente, già da un po’, e tra poco anche tecnicamente). Ma non divaghiamo.

    Secondo: non volevo certo biasimare il post o in generale la divulgazione sulla biologia molecolare, quando “criticavo” l’espozione “bella e pulita”. In realtà immaginavo bene che, come in tutti i laboratori, le cose sono “sporche e difficili”.
    La mia era semplicemente una curiosità sul lato “pratico” di tutte queste manipolazioni, perchè le trovo (si sarà capito) estremamente affascinanti ma allo stesso tempo estremamente “oscure”. Nel senso che in tutti i contesti divulgativi non si lascia mai minimanete nemmeno intuire (e giustamente, intendiamoci! non si può mica spiegare tutto e se ci si perde in dettagli tecnici poi non si lascia spazio alle cose “davvero interessanti”) non si lascia minimamente intendere, dicevo, come praticamente si realizzano tutte quelle manipolazioni finissime…

    E in gran parte direi che mi hai risposto: le cose sono così complicate che spesso ci sono degli “attori” che si occupano in maniera specifica e professionale di un singolo passo specifico (e.g. “aziende sono in grado di sintetizzare i geni di interesse”), nella catena dei molti passi che servono per arrivare ad un certo risultato (a volte mi hai risposto indirettamente e involontariamente, come quando dici: “Petanto quando misceliamo la soluzione contenete il DNA con quella contenente gli enzimi…” in cui confermi quella che per me era solo una vaga supposizione, e cioè che i “tagli” vengono fatti proprio miscelando una soluzione di tagliando con una di tagliante…). Le mie curiosità erano infatti proprio “basilari” e ora, finalmente, ho qualche conferma in più che le varie fasi di manipolazioni si esplicano “in nient’altro che” (con tutte le virgolette del caso) una delicatissima catena di miscele di soluzioni…

    Sento sempre far l’esempio di particelle fisiche elementari come il neutrino, quando si vuol sottolineare che ormai la scienza parla di cose che non si possono toccare o vedere ad occhio nudo, ma io, forse per la mia formazione, trovo di gran lunga più incredibile come si possa manipolare una macromolecola come il DNA con una precisione di singola base… semplicemente travasando soluzioni da una provetta un eppendorf all’altro!

    Insomma, grazie della risposta e soprattutto in bocca al lupo nella tua carriera di scienziato!

  4. caronte87’s avatar

    Me lo sentivo che anche tu eri immischiato nella scienza (la tratto come se fosse un losco affare).. sei un fisico, nevvero?
    in effetti hai ragione.. a meno che non si vada nelle pubblicazioni di settore, è raro vedere dettagli sul lato pratico degli esperimenti.
    sono contento che ti affascinino questi aspetti della Biologia, ancor di più i lati pratici degli esperimenti.. e spero di essere riuscito a grandi linee a rispondere alle domande che mi avevi fatto così brillantemente.

    crepi il lupo, e mi raccomando, torna a visitarci spesso!
    ciaooooooo

  5. hronir’s avatar

    Sì, sono un fisico…
    A presto! — non mi sfuggite, siete nel mio aggregatore, ormai! :)

  6. Simo’s avatar

    Ho lavorato a un clonaggio con caronte87 e devo confermare tutto ciò da lui affermato! Purtroppo è impossibile vedere a occhio nudo la molecolina di DNA (e anche tutte le altre molecole, come proteine, lipidi,etc) e questo ha fatto sì che molti di noi(o almeno io!) all’inizio degli studi biologici, fossero un po’ “in confusione” sugli aspetti pratici di ciò che ci veniva raccontato a voce. Anche io mi domandavo come fosse possibile parlare di tagli, di sequenze nucleotidiche specifiche…mica si ha un nastro con le lettere segnate sopra (ATTGC…). Col tempo ho capito (per mia fortuna…senò sarebbero stati guai per la mia carriera :P )che si guarda indirettamente, con test fatti in parallelo (come le ormai mitiche elettroforesi!).
    Infine, faccio i complimenti a caronte per l’esposizione!

  7. caronte87’s avatar

    Verissimo, sì..questa povera ragazza ha avuto la sfortuna di finire in gruppo con me. penso che tutti noi abbiamo avuto questi dubbi, almeno all’inizio.. ed è bello poi vedere come tutto (o quasi) torna..

    ti ringrazio per i complimenti!!!!

    ciauu

  8. davide’s avatar

    Seconda volta che mi ritrovo a studiare sul tuo blog, sto preparando biologia molecolare.complimenti veramente!!

  9. Manuel’s avatar

    Grazie mille, davide! sono molto contento di essere utile a qualcuno XD
    casomai ti servisse aiuto.. chiedi pure, spero di poterti aiutare!

  10. davide’s avatar

    Visto che sei molto preparato e disponibile mi permetto di chiederti un quesito in merito all’exon shuffling.
    da un punto di vista biotecnologico è possibile operare una sorta di exon shuffling nella costruzione di una proteina ricombinante?
    se riesci anche a darmi la definizione di exon shuffling te ne sarei grato.

  11. Manuel’s avatar

    Allora. Rispondo molto volentieri.
    Come saprai le proteine sono costituite da domini, dove per dominio intendiamo un’unità interna alla proteina distinguibile dalle altre, una sorta di modulo. l’insieme di questi moduli costituisce la proteina. La teoria dell’exon shuffling sostiene che ciascun modulo, o dominio, sia codificato da un esone. secondo questa teoria, quindi, le diverse proteine non sono altro che “rimescolamenti” di questi esoni.
    L’exon shuffling è una delle teorie che spiegano la generazione di nuove proteine nel corso dell’evoluzione. L’altra è quella della duplicazione di geni o parti di essi seguita dalla diversificazione per accumulo di mutazioni delle sequenze così originate.
    Quindi la ricombinazione di questi esoni porta alla diversificazione delle proteine.
    Da un punto di vista biotecnologico questo è di capitale importanza. Se pensi a tutte le proteine chimeriche che in questo modo possono essere create. Basta conoscere i domini di interesse e la loro rispettiva sequenza, e poi, tramite l’ingegneria genetica, “basta” (l’ho messo tra virgolette perchè non credo sia una cosa immediata) fondere queste sequenze. Si otterrà una proteina chimerica con domini appartenenti a proteine diverse.
    Qualche mese fa ho letto un articolo in cui generavano dei recettori chimerici ottenuti mediante l’unione di domini appartenenti a recettori diversi (i recettori in questione se non mi ricordo male erano Trk e Met).
    E’ una cosa che succede anche naturalmente. nei casi di traslocazione di segmenti genomici da un posto ad un altro, è possibile che si vengano a fondere proteine diverse generando una chimera.
    Spero di essere stato chiaro.. se no dimmelo che cerco di riformulare i concetti.

  12. davide’s avatar

    Sei stato come sempre chiaro, ma a questo punto vorrei capire meglio il rimescolamento come dovrebbe funzionare e che tempistiche sono necessarie in natura.Mi pareva di aver capito invece che una ricombinazione del genere, e casuale, fosse un processo veramente molto lungo.. e che quindi una proteina ricombinata fosse un risultato non ottenibile in laboratorio.

  13. Manuel’s avatar

    Beh in natura questo shuffling per avvenire impiega sicuramente tempi dell’ordine di grandezza delle centinaia di migliaia di anni se non addirittura dei milioni.. insomma.. l’evoluzione di nuove proteine naturalmente ha dei tempi biblici.. come del resto l’evoluzione stessa.
    La natura ha i suoi tempi, i ricercatori decisamente ne hanno altri.. e siccome non possono aspettare che questi rimescolamenti avvengano spontaneamente ricorrono all’ingegneria genetica. Utilizzando enzimi di restrizione, vettori di clonaggio, e ligasi possono tagliare e ricucire tra di loro segmenti di DNA noti nel giro di pochi giorni.
    per vedere se questi geni chimerici funzionano (e per vedere anche se la cornice di lettura, la cosiddetta reading frame, sia stata mantenuta) di solito li transfettano in colture cellulari e saggiano l’attività di queste proteine.

  14. Manuel’s avatar

    Ah beh.. dimenticavo.. nei casi di alcuni tumori, questi rimescolamenti avvengono spontaneamente.. ma il discorso è complicato.. diciamo che normalmente in una cellula se dovesse avvenire una traslocazione di questo tipo dovrebbe attivarsi spontaneamente un meccanismo di apoptosi che porta la cellula alla morte programmata. perchè se è avvenuta una traslocazione il genoma di quella cellula diventerebbe instabile.
    in alcuni casi sopravvive.. e diventa una cellula tumorale

  15. davide’s avatar

    Oltre alla chiarezza hai anche un tempismo da record!
    che facoltà frequenti?

  16. Manuel’s avatar

    Grazie ^^ sono contento di essere utile.
    Frequento la magistrale di biologia cellulare e molecolare a Torino!
    e tu?

  17. davide’s avatar

    biotecnologie triennale a padova.
    fossi più vicino ti corromperei per farmi gli ultimi esami.sono stremato!

  18. Manuel’s avatar

    ahahahaaha! XD non so quanto ti converrebbe, però!
    anche io sono in piena sessione esami e non vedo l’ora di buttare i libri alle spalle!
    by the way, in bocca al lupo per biologia molecolare!! e per tutti gli altri!

    Se hai altri dubbi, chiedi pure o qui sul sito o tramite mail: manuel.caputo@gmail.com.. spero di saperti rispondere!

  19. davide’s avatar

    Devi aprire un 899, per tutte le richieste su biologia e affini chiama la linea caputo!1,5euro al minuto e potresti essere il primo ricercatore a poterti permettere una porsche!
    sempre gentile, ci sentiamo!

Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>